SULLA
CREAZIONE DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO CLASSICO[1]
Il modo di produzione capitalistico è stato creato:
1. da una feroce accumulazione originaria del capitale[2];
2. dalla sparizione delle terre comuni (commons lands), dei campi
aperti (open field) e della piccola
proprietà terriera (parcellare) dei contadini indipendenti (yeomanry) trasformate in modo violento
con le recinzioni delle terre (enclosures)
in latifondi, premessa questa dell’agricoltura di tipo capitalistico;
3. dal ruolo violento dello Stato
(scrive Marx[3]: “[…]
si servono [i capitalisti] del potere dello Stato, violenza concentrata
e organizzata dalla società, per fomentare artificialmente il processo di
trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione
capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di
ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza
economica.” Ciò mostra che
per Marx lo Stato è un prodotto di una formazione economico-sociale determinata
che, occultandosi sotto una presunta legalità, gestisce il potere in funzione
delle esigenze dei proprietari dei mezzi di produzione) che con l’emanazione di
leggi sulle recinzioni (Enclosure
Acts) in favore
dell’espropriazione a favore dei latifondisti e di una politica del laissez-faire che incentiva la mentalità
imprenditoriale, provoca di fatto una deruralizzazione ed espulsione dei
piccoli contadini dalle campagne (sono i c.d. cottagers);
4. da fenomeni d’inurbamento che creano un mercato del lavoro esuberante,
fatto di disoccupati (uomini, donne bambini pronti per un lavoro parcellizzato
e dequalificato, detto esercito
industriale di riserva), ciò che offre ampia disponibilità di forza-lavoro libera da vincoli giuridici di origine
feudale (ossia senza la proprietà del suolo, se erano contadini; senza la
proprietà degli strumenti di produzione, se erano artigiani), sfruttabile a
basso costo (giacché, in un mercato concorrenziale e non organizzato,
l’eccedenza di forza-lavoro diventa il principale meccanismo di regolazione dei salari, salari che sono così
mantenuti a livello di pura sussistenza)[4] e, come si vedrà, ad alto
saggio di profitto;
5. dalla rotazione quadriennale e dagli investimenti tecnologicamente avanzati
in un’agricoltura di tipo capitalistico che lavorando su grandi proprietà
(risultato dell’espropriazione della piccola proprietà privata terriera) aumentano
la produzione agricola e permettono un incremento demografico che si traduce in
un aumento della domanda interna, quindi in un allargamento del mercato dei
beni di consumo soddisfatto dal mercato del lavoro appena creato;
6. da un sistema coloniale che procura alla produzione materie prime garantite
dal prelievo (saccheggio) sistematico della madre-patria;
7. da un’industria che, grazie al capitale industriale e ad un capitale
commerciale (non più autonomo, ma subordinato ad una produzione), da artigianale
e domestica (Verlagssystem) che era,
e grazie a nuovi caratteri organizzativi che dissolvono la proprietà privata
fondata sul lavoro personale, diviene di fabbrica (Factory-System);
8. da un sistema di fabbrica[5]
che, nel mentre assorbe forza-lavoro e accumula plusvalore (un capitale che
crea capitale), come si vedrà, introduce una meccanizzazione dovuta al
progresso tecnico e scientifico (le invenzioni che introducono snellimenti
nella produzione), ciò che alimenta, a sua volta, la produzione di beni
capitali (industrie estrattive, siderurgiche e meccaniche);
9. la presenza di un mercato mondiale in grado di assorbire la produzione su
larga scala del sistema di fabbrica.
La creazione, insomma, di un sistema produttivo auto-alimentantesi, razionale tanto nel settore dei beni di consumo come in quello dei
beni capitali
(ma non razionale là dove predominano
i rapporti di reificazione, estraniazione e alienazione (scrive
Marx[6]: “Noi partiamo da un fatto
dell'economia politica, da un fatto presente. L’operaio diventa tanto più
povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione
cresce di potenza e di estensione. L’operaio diventa una merce tanto più vile
quanto più grande è la quantità di merce che produce. La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il
lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso e l'operaio come una merce, e proprio nella stessa
proporzione in cui produce in generale le merci. Questo fatto non esprime altro
che questo: l’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si
contrappone a esso come un essere
estraneo, come una potenza
indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro
che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua
oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio
dell’economia privata come un annullamento
dell’operaio, l’oggettivazione appare come perdita
e asservimento dell’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come alienazione.
[…] Dunque, col lavoro estraniato, alienato, l’operaio pone in essere il
rapporto di un uomo che è estraneo e al di fuori del lavoro, con questo stesso
lavoro. Il rapporto dell'operaio col lavoro pone in essere il rapporto del
capitalista - o come altrimenti si voglia chiamare il padrone del lavoro - col
lavoro. La proprietà privata è quindi
il prodotto, il risultato, la conseguenza necessaria del lavoro alienato, del
rapporto di estraneità che si stabilisce tra l’operaio, da un lato, e la natura
e lui stesso dall’altro.”;). Tutti fattori che
introducono uno sviluppo che fa sì
che ogni innovazione tecnologica crei uno squilibrio
in un altro settore e quindi altre innovazioni, quindi altro lavoro, quindi
altro allargamento di un mercato che presenta sì, periodicamente, delle crisi di sovrapproduzione[7], crisi che vedono il
settore bancario rifiutare i crediti e sono in seguito risolte subito o quasi
svalorizzando il capitale costante (capitale inutilizzato), aumentando la
disoccupazione (forza-lavoro inutilizzata) e creando, in un clima di non-razionalità sociale, un nuovo razionale regime produttivo, ossia nella
ricomposizione dello squilibrio nell’equilibrio (sempre instabile) di una
ristrutturazioni del sistema di fabbrica (distruzione
creatrice), quindi nella creazione di altro lavoro[8], quindi in un altro
allargamento del mercato, quindi nella creazione di un circolo virtuoso che dura circa fino alla frattura, oggi
riconosciuta come portatrice di nuovi scenari economico-sociali, del 1970
(profonda ristrutturazione del mercato mondiale dovuta alla crisi petrolifera,
all’aumento verticale dei prezzi delle materie prime e ai gravi problemi valutari
legati all’inconvertibilità del dollaro)[9]. Come scrivono in modo feroce
e icastico Marx e Engels:
“La borghesia ha avuto nella storia una parte
sommamente rivoluzionaria. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha
distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha
lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo
al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che
il nudo interesse, il freddo ‘pagamento in contanti’. Ha affogato nell'acqua
gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota,
dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la
dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà
patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio
priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato,
diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e
politiche. La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che
fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il
medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo della scienza, in salariati ai
suoi stipendi. La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al
rapporto familiare e l’ha ricondotto a un puro rapporto di denaro. La borghesia
ha svelato come la brutale manifestazione di forza che la reazione ammira tanto
nel medioevo, avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra
infingardaggine. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere
l'attività dell'uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che le piramidi
egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben
altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate. La borghesia non
può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i
rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di
esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutato
mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento
della produzione, l'ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali,
l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca dei borghesi fra
tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e
irrigiditi, con il loro seguito d’idee e di concetti antichi e venerandi, e
tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si
volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni
cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato
la propria posizione e i propri reciproci rapporti. Il bisogno di uno smercio
sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto
il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le
sue basi, dappertutto deve creare relazioni. Con lo sfruttamento del mercato
mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al
consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell'industria il suo
terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie
nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno.
Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione
di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano
più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui
prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le
parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese,
subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei
paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza e all’antico
isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale,
un’interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione
materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle
singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza
nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali
e locali si forma una letteratura mondiale. Con il rapido miglioramento di
tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente
agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più
barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale
spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la
più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il
sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe
ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In
una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza. La
borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città
enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in
confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della
popolazione all'idiotismo della vita rurale. Come ha reso la campagna
dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari
dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi,
l'Oriente dall'Occidente. La borghesia elimina sempre più la dispersione dei
mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha agglomerato la popolazione,
ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concentrato in poche mani la
proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica.
Province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi,
leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un
solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una
sola barriera doganale. Durante il suo dominio di classe appena secolare la
borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali
che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il
soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l’applicazione della chimica
all'industria e all'agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i
telegrafi elettrici, il dissodamento d'interi continenti, la navigabilità dei
fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo - quale dei secoli
antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali
forze produttive? Ma abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio sulla
cui base si era venuta costituendo la borghesia erano stati prodotti entro la
società feudale. A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e
di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava,
l'organizzazione feudale dell'agricoltura e della manifattura, in una parola i
rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive
ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si
trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono
spezzate. Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costituzione
sociale e politica, con il dominio economico e politico della classe dei borghesi[10].”
Scrivono ancora Marx e Engels[11]: “[…] la classe degli
operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano
lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai, che
sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo
commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne
vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato.
[1] V., infra, sulla transizione dal modo di produzione feudale a quello
capitalistico.
[2] Cfr. Mascitelli 1977, sub voce ‘accumulazione primitiva o
originaria’. Per il concetto di accumulazione, v. Ceserani e De Federicis 1980,
pp. 18-19. L’argomento sarà ripreso in Preliminari 2.
[3] Marx 1867, trad. it. 1975, p. 923. Cfr. anche Marx 1867, trad. it. 1975,
pp. 903-912 (il paragrafo s’intitola:
“Legislazione sanguinaria contro gli espropriati dalla fine del secolo XV in
poi. Leggi per l’abbassamento dei salari.”).
[5] Sulla differenza fra manifattura (sviluppatesi
in Inghilterra tra la metà del sec. XVII la fine del sec. XVIII) e sistema di
fabbrica (Factory System), v. infra.
[6] Marx 1844, trad.it 1973, p. 71, pp. 82-83. Leggi anche
Marx 1844, trad.it 1973, pp. 69-86, 89-97, 101-106.
[7] Cfr. Godelier 1981a, pp. 102-104.
[8] Scrivono Marx e Engels 1848, trad.
it 1967, pp. 108-109.
[10] A conferma leggi Harvey 2010,
trad. it. 2011.
[11] Marx e Engels 1848, trad. it
1967, pp. 102 -107. Leggi
anche Marx e Engels 1848, trad. it 1967, pp. 100-117.
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