(PRELIMINARI A UN’ANALISI DELL’ANTHROPOCENE DAL MEDIOEVO ALL’AFFERMAZIONE DEL CAPITALISMO)

IL SISTEMA DELL’AGRICOLTURA, DELL’ALLEVAMENTO E DELL’ALIMENTAZIONE 


LA GEOGRAFIA AGRICOLA
           
Per quanto riguarda le descrizioni a seguire, il territorio europeo, solitamente, è diviso in quattro fasce che sono caratterizzate da limiti climatici assoluti (caldo/freddo, assenza/presenza di umidità, intensità delle piogge etc.) per la coltivazione di singole piante; hanno poi un loro ruolo fattori climatici quali i momenti e la durata del periodo vegetativo e la fertilità del suolo, ossia quelle che sono le caratteristiche pedologiche (si ricorda che la pedologia ha come oggetto di analisi il terreno agrario e indaga sulla formazione, sulla struttura fisica, sulla composizione chimica, sul contenuto in sostanze umiche, sulle proprietà fisico-chimiche dei diversi terreni, nonché sulle azioni biologiche che vi si svolgono, allo scopo di approfondire le conoscenze relative alla possibilità di coltivazione delle piante agrarie).


Figura n. . Zone di vegetazione in Europa. Fonte: Rösener 1995, trad. it 2008, p. 43.

Vediamo ora le fasce in dettaglio, tenendo conto che la descrizione copre il periodo medievale e moderno.

FASCIA MERIDIONALE

Questa fascia copre un’ampia parte della Spagna, del Portogallo, dell’Italia, della Francia meridionale e dell’Europa Sud-orientale. In questa fascia i cereali predominanti sono quelli invernenghi (invernengo sta per invernale; si dice di frumento che si semina in autunno) ed è presente la produzione del granturco e del vino; a parte la pianura padana, le coltivazioni sono estensive. I prodotti delle aree costiere mediterranee sono soprattutto l’orticoltura e l’arboricoltura (gli agrumi, il vino e le olive); i pascoli sono adatti solamente al bestiame ovino e caprino; la fascia costiera atlantica è generalmente troppo umida per la produzione di cereali e sono predominanti nelle zone montane lo sfruttamento dei boschi, il pascolo e l’allevamento (spesso brado); la pratica della transumanza è poi tipica del Sud della Francia, della Spagna e dell’Italia, per restare nell’Europa occidentale.
Questa fascia si colloca al di sopra dei 500 metri sul livello del mare e comprende vaste aree di vera e propria montagna, con le uniche eccezioni della pianura padana e il bacino danubiano; i mesi estivi, a causa degli anticicloni tropicali che bloccano l'afflusso dell’aria umida proveniente dall’Atlantico, sono caldi e secchi e le precipitazioni sono irregolari e concentrate soprattutto in autunno e primavera, talvolta con acquazzoni violenti e dannosi nella tarda estate[1].

FASCIA CENTRO-OCCIDENTALE

Questa fascia copre l’Inghilterra, l’Olanda, la Francia e la Germania occidentale. In questa fascia, nelle zone prossime alle coste, è presente un’area di pascoli e di piante da foraggio; seguono superfici coltivate a cereali, segale e patate (ovviamente dopo la scoperta americana della patata). Più a Sud un corridoio di loess, che attraversa obliquamente l’Europa centrale (i corridoi di loess, o löss, sono fatti di materiale sedimentario sottile, 0,001 e 0,05 mm, di colore bianco-giallastro, poroso e tenero, costituito da frammenti finissimi di quarzo, calcite, idrossidi di ferro e sostanze argillose, che il vento ha trasportato e accumulato su vaste regioni peridesertiche. Questi depositi di origine eolica sono presenti da Ovest a Est nell'Europa centrale, lungo il corso dei fiumi, quali il Danubio, nelle ampie vallate dei Balcani e della Grecia orientale, nella Russia europea meridionale e nella Siberia sudoccidentale), presenta suoli di coltura ideale e alta produttività: vi si coltivano, oltre ai cereali, barbabietole da zucchero (dopo l’inizio dell’Ottocento). A Sud-Ovest si estende una vasta regione a coltura cerealicola invernenga che copre un’ampia parte della Francia e una piccola area dell’Inghilterra. Per quanto riguarda l’allevamento bovino esso è intensivo in Scozia e Inghilterra settentrionale, nella Francia settentrionale, nella Germania settentrionale, nei Paesi Bassi e nelle zone di montagna (e qui sono presenti settori specializzati nella produzione casearia).
Questa fascia racchiude vasti bassopiani raramente al di sopra dei 200 metri e gode di un clima temperato (molto probabilmente grazie ai mari relativamente caldi che la circondano e alla corrente calda del Golfo proveniente dall'Atlantico); sono poi i venti occidentali, riscaldati in parte al passaggio sopra l’Atlantico settentrionale, quelli che portano la pioggia per gran parte dell’anno, anche se le precipitazioni risultano molto variamente distribuite[2].

FASCIA SETTENTRIONALE

In questa fascia è presente una commistione tra allevamento, economia forestale (o economia silvo-pastorale) e sfruttamento agricolo, e l’orzo è qui il cereale più diffuso; l’area immediatamente a Sud presenta la produzione dell’avena e della segale, che risultano essere i cereali più diffusi (rispetto all’orzo richiedono una temperatura più elevata; la segale, inoltre, richiede più umidità). Per quanto riguarda l’allevamento esso è intensivo in Danimarca e i pascoli sono generalmente destinati all’allevamento ovino.

FASCIA ORIENTALE

Questa fascia copre la Polonia, la repubblica Ceca, la repubblica Slovacca e l’Ungheria e si estende fino ai territori russi. In questa fascia, dal clima continentale, più freddo e più secco, a Nord sono coltivate la segale e l’avena e a sud il grano e il mais (ovviamente dopo la scoperta americana del mais, v. infra); in Ucraina è presente una coltura cerealicola che approvvigiona gran parte della Russia centrale; rimangono qui dominanti, a differenza degli sviluppi nelle pratiche agronomiche di Paesi Bassi e Inghilterra dopo il XVI-XVIII secolo, la rotazione triennale e le forme di economia agraria a campi ed erba (o Feldgraswirtschaft)[3].


Figura n. . Zone agrarie in Europa. Fonte: Rösener 1995, trad. it 2008,  p. 199.

Da segnalare, ancora, che fino al XVIII secolo, è in vigore un’agricoltura asciutta o aridocoltura (a parte quella irrigua in Lombardia e nelle Fiandre[4]) che si basa sul sistema dell’avvicendamento colturale, qui la rotazione triennale (che convive, all’estremo Nord e nel Sud dell’Europa, con la rotazione biennale, con cui a volta può temporaneamente sostituirsi o essere usata contemporaneamente;), il cui scopo è quello di ricostituire la fertilità del suolo[5] (questa rotazione sarà poi seguita da quella quadriennale o continua che permette l’integrazione tra agricoltura e allevamento nel XVIII secolo, v. infra). Si v. anche, infra, il ruolo del mutamento climatico che è iniziato nel XIV secolo.

TIPOLOGIA DELLE PIANTE, AVVICENDAMENTO DELLE COLTURE E ALIMENTAZIONE

I BOSCHI

La distinzione tra foresta e bosco, che a volte sono usati come sinonimi, non sempre è facile e si basa essenzialmente sulla estensione, sull’abbondanza e sulla regolarità della vegetazione. La foresta, che risulta data da un insieme di piante arboree distribuite su una vasta superficie di terreno, può essere definita come un bosco naturale (cioè una superficie dove la crescita avviene senza intervento umano); mentre il bosco propriamente detto è soggetto ad intervento umano, cioè è oggetto di silvicoltura (intendendosi, con questo termine, l’impianto e la conservazione dei boschi al fine di trarre il maggior utile possibile dai terreni boschivi, i cui prodotti si distinguono in primari, ossia legname, e secondari, quali erba, frutta, resine etc.). Avremo così il bosco ceduo, che è quello che viene tagliato a periodi e nel quale la ricrescita si ha per emissione, da parte della pianta madre rimasta nel terreno, di nuovi getti (polloni); oppure avremo la fustaia, ossia un bosco con piante d’alto fusto dove gli alberi si lasciano crescere fino alla maturità e la ricrescita è di solito spontanea e cioè per semi. Ivi compreso è poi il sottobosco, formato da arbusti, erbe, muschi, licheni etc. dove crescono anche i piccoli frutti di varie piante (spontanei, ma anche coltivati o coltivabili), come fragole, lamponi, ribes, mirtilli etc. Si ricorda che il termine selva è poi, in genere, sinonimo di natura letteraria di bosco, ma talora anche di foresta.
In età medievale foreste e boschi hanno un ruolo determinante soprattutto nell’economia della sopravvivenza quotidiana per i ceti non abbienti. Vediamo come, tenendo sempre conto del fatto che esiste una rigida normativa di parte signorile che restringe i diritti sui prodotti di sua proprietà. Primo, foreste e boschi forniscono il legno che serve per edificare le abitazioni (servono 12 querce ca. per una casa di dimensioni medie), per fabbricare gli utensili e tutto quanto può servire alla vita di ogni giorno (botti, recipienti etc.). Sono poi raccolti dai contadini i rami secchi presenti nel sottobosco per il riscaldamento, per il fogliame per gli animali, per la frutta selvatica, per i favi di miele e per la scorza di quercia per conciare le pelli, cui si aggiunga la piccola selvaggina catturata per la propria alimentazione. Ancora, offrono terreno di pascolo per qualche capo di bestiame (quali buoi, agnelli, cavalli) che può nutrirsi dell’erba del sottobosco verde. Sempre il sottobosco nutre poi con frutti, faggiole e ghiande le gregge di maiali dei contadini (un inciso: il maiale, maialis, che deriva dal cinghiale, o Sus scrofa, v. supra, all’epoca, è nero, presenta setole lunghe e irte e ha il dente prominente come il cinghiale; è sì un animale addomesticato, ma ancora semiselvatico, quindi talvolta pericoloso; questo maiale è poi di taglia ridotta rispetto ai maiali attuali[6]; si ricorda, ancora, che il maiale è un animale onnivoro e assai prolifero, infatti ogni parto dà in media da 8 a 9 piccoli, e che ha un valore economico molto alto e per la produzione dell’ottima carne e per la presenza del grasso sotto forma di lardo, guanciale, pancetta, strutto, cui si aggiungano i prodotti secondarî che se ne possono ricavare; v. anche infra). Ancora, i rami caduti, i ceppi o i boschi cedui sono poi bruciati dai carbonai per produrre il carbone di legna che serve per potere lavorare il ferro o il vetro[7].

I CAMPI E LE ROTAZIONI

Una premessa. Per quanto riguarda le piante coltivate nei campi, si deve ricordare che queste utilizzano le risorse del suolo in modo diverso tra loro. Si distinguono, infatti, in piante sfruttanti o depauperanti, poiché con il loro sviluppo lasciano il terreno impoverito, ciò che abbassa rapidamente la produttività. Tra queste, ad esempio, rientrano il frumento, l’avena e l’orzo e in piante miglioratrici, che con la loro crescita arricchiscono il terreno, come le leguminose, che fissano l’azoto (v. infra, rotazione quadriennale). L’uso dell’avvicendamento delle colture (rotazione biennale, triennale, quadriennale o continua[8], v. infra) persegue poi lo scopo di sfruttare un terreno in modo migliore, alternando colture depauperanti al maggese o a colture miglioratrici in modo da rimuovere gli effetti negativi delle piante sfruttanti con quelli vantaggiosi delle piante miglioratrici. È poi fondamentale alternare una pianta miglioratrice con una sfruttante e, nei riguardi delle prime, alternare una miglioratrice dello stato fisico con una miglioratrice dello stato chimico, in modo da lasciare inalterate o incrementate le condizioni di fertilità del terreno. Per quanto riguarda l’aridocoltura, essa è tipica di un clima semi-arido nelle quali, in genere, le scarse piogge (250-500 mm annui) sono concentrate entro un breve periodo dell’anno. Si ricorda che la semina di piante che occupano solo lo strato superficiale del terreno (semina su cotica) evita la continua aratura dell’appezzamento e quindi l’ossidazione della sostanza organica in esso contenuta (ossia l’intera riserva di azoto e un’alta percentuale di altri elementi nutritivi come il fosforo e lo zolfo), mentre la penetrazione in profondità delle radici di alcune leguminose, come l’erba medica, assicura un miglior drenaggio del terreno.
In ogni caso, di là dalla coltivazione temporanea a campi ed erba (Feldgraswirtschaft), le rotazioni riguardano l’avvicendamento delle colture nello stesso suolo in più anni per non esaurire il suolo; le rotazioni possono avvenire ogni due anni (rotazione biennale), ogni tre anni (rotazione triennale), ogni tre anni, ma con innovazioni (rotazione quadriennale o continua)[9].  Ne diamo di seguito gli schemi.

ROTAZIONE BIENNALE

(il campo è diviso in due parti e le colture ruotano ogni anno)


Figura n. .

Dove:

C:        cerali;
M:       maggese (campo a riposo, così chiamato perché anticamente si svolgeva nel mese di maggio; il maggese ha poi importanti effetti, quali quello di limitare che l’umidità evapori e di favorire le mineralizzazioni delle sostanze organiche; dopo il raccolto, i residui delle colture sono sovesciati, ossia rivoltati in modo tale da portarli al di sotto dello strato superficiale del terreno, ciò che permette al terreno l’acquisizione di nuove sostanze organiche).

Questo tipo di rotazione estensiva, molto antico (è tipico, ad esempio, del mondo romano), è caratteristica propria all’Europa mediterranea[10].

ROTAZIONE TRIENNALE

(il campo è diviso in tre parti e le colture ruotano ogni anno)

Figura n. .

Dove:

SA:      semina autunnale (cereali autunnali, tipo farro, miglio, segale, frumento);
SP:      semina primaverile (cereali primaverili, tipo avena, orzo o legumi, ad esempio piselli che arricchiscono d’azoto il terreno; nelle regioni a clima rigido l’orzo e l’avena sono seminati in autunno; ancora: l’orzo e l’avena sono in competizione fra loro: nei secoli XI-XIII predomina l’avena, anche perché è foraggio per i cavalli, poi è superata dall’orzo che presenta un migliore rendimento[11]);
M:       maggese (campo a riposo; di solito il maggese è arato due volte prima della semina autunnale, e una terza volta prima della semina primaverile. Verso il XIV secolo le arature, prima della semina autunnale diventano quattro[12]).

È un tipo di coltivazione estensiva. Oltre a incrementare la produzione, la rotazione triennale (presente nell’Europa media e atlantica[13] fin dall’epoca carolingia[14], ma generalizzata a partire dal XIII quando la frontiera dei dissodamenti si blocca[15], v. infra) permette anche di sviluppare le coltivazioni di piante industriali, rende la terra meno soggetta ad esaurimento, permette di scaglionare nel tempo le arature, lascia agli animali una maggiore possibilità di movimento (quindi di concimazione), distribuisce meglio i rischi dei cattivi raccolti (se l’autunno è troppo rigido e rovina i grani invernali, i grani primaverili li sostituiscono)[16]. La realtà, nei villaggi agricoli, è che un gruppo di pecie (appezzamenti), diversamente distribuite nei campi aperti, segue queste regole di rotazione perché non restino contemporaneamente tutti i campi a riposo (v. infra)[17].

ROTAZIONE QUADRIENNALE O CONTINUA

(il campo è diviso in tre parti e le colture ruotano ogni anno)


Figura n. .

Dove:

SA:      semina autunnale (cereali autunnali, tipo miglio, farro, segale, frumento, che si raccolgono alla fine dell’inverno);
SP:      semina primaverile (cereali primaverili, tipo avena, orzo o legumi, ads esempio piselli che arricchiscono d’azoto il terreno);
L:        leguminose (da prato o da foraggio come erba medica e trifoglio);

È un tipo di coltivazione intensiva. Per quanto riguarda l’introduzione delle piante foraggere in Europa (tra i secoli XVII-XVIII), quali il trifoglio e l’erba medica, si deve ricordare che hanno il vantaggio di fissare nel suolo i sali dell’azoto atmosferico grazie ai batteri simbionti (Bacterium radicola o Rhizobium leguminosarum) che restituiscono al terreno gli elementi nutritivi sottratti dalla coltivazione dei cereali (che depaupera il terreno) e, con la falciatura e la fienagione, permettono di fornire un’ottima alimentazione al bestiame stabulante.

LA CONCIMAZIONE DEI CAMPI

Il legame tra le rese agricole e la concimazione è molto forte, giacché per una buona resa dei semi è necessaria una copiosa e costosa letamazione del suolo (ad esempio, nel XVIII secolo il costo per la concimazione copre, nei Paesi Bassi, ca. il 60% delle spese[18]). La carenza di letame, che persiste fino all’utilizzo dei concimi artificiali, fa poi sì che il contadino debba scegliere cosa concimare, e di solito sono privilegiati i terreni con colture da vanga (ortaggi, colture industriali, propaggini di vite) e, se il letame è sufficiente, sulle terre arate[19].
La tabella che segue mostra i vari tipi di concime in uso in età medievale e moderna:

TIPOLOGIA
CARATTERISTICHE DI MASSIMA
IL LETAME O STALLATICO, SE GLI ANIMALI SONO STABULATI
CONFERISCE AL TERRENO UNA STRUTTURA SOFFICE, IDONEA A MANTENERE L’UMIDITÀ E LE ATTIVITÀ BIOLOGICHE UTILI ALLA CRESCITA DELLE PIANTE; PER EVITARE PERDITE DI SOSTANZE NUTRITIVE, VIENE INTERRATO; È RICCO DI HUMUS, CEDE AL SUOLO IMPORTANTI SOSTANZE NUTRITIVE, CHE VENGONO, POI, RIUTILIZZATE DALLE PIANTE; È, TUTTAVIA, CARENTE DI TRE ELEMENTI IMPORTANTI: AZOTO, FOSFORO, E POTASSIO; IN MEDIA, INFATTI, SU 1000 PARTI DI LETAME SE NE HANNO 5 DI AZOTO, 2,5 DI FOSFORO E 5-6 DI POTASSIO. IL LETAME O STALLATICO È IL CONCIME PIÙ IMPORTANTE. UNA NOTA DI COLORE: IN INGHILTERRA È ESALTATO LO ZOCCOLO D’ORO DELLA PECORA IN QUENTO ESSA CALPESTA COSÌ BENE IL TERRENO CHE QUESTO SI MESCOLA IN MODO OTTIMALE CON I SUOI ESCREMENTI[20].
IL PURINO
LIQUAME DI COLORE BRUNO DERIVATO DAL LETAME STRATIFICATO NELLA CONCIMAIA, CHE SI PUÒ RACCOGLIERE IN UN POZZETTO ADATTO; PER EVITARE CHE IL PURINO PERDA PARTE DELL’AZOTO, NEL POZZETTO VENGONO AGGIUNTE SOSTANZE, QUALI GESSO, TORBA ETC., CHE RITARDANO I PROCESSI DI DECOMPOSIZIONE; COSTITUISCE UN CONCIME MOLTO EFFICACE.
IL LETAME DEGLI ANIMALI ALLO STATO BRADO
MOLTO RICHIESTO
LO STERCO DI CORTILE

LO STERCO DEI PICCIONI

I RIFIUTI PRODOTTI DALLE CITTÀ
QUALI LE IMMONDIZIE, LE CENERI DEI FOCOLARI E GLI SCARICHI DI FOGNA (ESCREMENTI UMANI); QUESTO TIPO DI CONCIME È UTILIZZATO PERÒ RARAMENTE SOLO ATTORNO A CERTE CITTÀ; IN MODO COSTANTE NEI PAESI BASSI, DOVE SONO LE CITTÀ CHE ORGANIZZANO IL COMMERCIO[21].;
MATERIALI DRAGATI DAI CANALI

CONCIMAZIONE A ZOLLE
LE ZOLLE PROVENGONO DALLE BRUGHIERE, DALLE TERRE DA FIENO, DA PALUDI ETC, MESCOLATE A LETAME; PER IL RIPRISTINO DELL’HUMUS SONO POI NECESSARI DA 7 A 10 ANNI[22].
CENERI DI ERBA E MALE PIANTE SECCATE

PRIMA DI ESSERE USATE SONO AMMUCCHIATE E BRUCIATE[23].
PANELLI DI SANSA
I PANELLI SI PRESENTANO COME UNA MASSA COMPATTA E FORTEMENTE COMPRESSA DI MATERIALE RESIDUO DI UNA ESTRAZIONE ESEGUITA PER PRESSIONE; QUI IL RESIDUO È DALL’ESTRAZIONE DELL’OLIO DALLA COLZA[24].
LE CENERI DEL LEGNO

LE CENERI DI TORBA
SONO USATE COME EMENDANTI PER TERRENI POVERI DI SOSTANZE UMICHE O, DETTO ALTRIMENTI, DI HUMUS ETC..
I CONCIMI SUCCEDANEI
CONCIMI VERDI, FOGLIE MARCITE, LA CALCE, LE SABBIE MARINE RICCHE DI CONCHIGLIE FRANTUMATE E LE ALGHE MARINE[25].

Tabella n. .

Sono poi presenti poi varie pratiche. Una, la più elementare, è la pratica del debbio e consiste nella correzione dei terreni agrari per il tramite di erbe secche, quelle che ricoprono il terreno, bruciate (debbio a fuoco corrente); oppure consiste nel tagliare e ammucchiare le piote, cioè le zolle di terreno, lasciando in ogni mucchio una cavità interna in cui si pongono delle fascine che vengono accese attraverso una bocchetta (debbio a fuoco coperto); il debbio ha lo scopo di migliorare i terreni ricchi di sostanze organiche o di costituenti colloidali e di distruggere i parassiti, ma ottiene anche, specialmente con il secondo metodo, effetti non desiderati, come la distruzione di microrganismi utili e dell’azoto organico, per cui è pratica usata solo in pochi casi e in determinate regioni. Segue la pratica della marnatura che consiste nell’utilizzo della marna (la marna, che è una roccia sedimentaria costituita da detriti derivanti da degradazione meccanica e chimica di rocce preesistenti, costituita da calcare misto a quantità variabili di sostanze argillose e contenente spesso anche quarzo, dolomite, bitume etc.) che è sotterrata per correggere i difetti del terreno, soprattutto l’acidità, ogni sei o ogni nove anni[26]; la pratica del sovescio, che consiste nel sotterrare nel terreno piante o parti di piante allo stato fresco, per correggere terreni troppo compatti e per arricchirli di sostanza organiche; può essere eseguita anche con piante leguminose il cui ruolo, come detto, è quello di introdurre nel suolo l’azoto assimilato dai vegetali stessi (negli apparati radicali delle Leguminose sono presenti dei batteri simbionti, v. supra, e nessuno dei due partecipanti alla simbiosi, batterio e leguminosa, è in grado da solo di fissare l’azoto e questo processo è possibile solo con il loro abbinamento; ma mentre altre specie batteriche simbionti fissano soltanto l’azoto necessario alle piante con cui vivono, i simbionti Rhizobium ne producono in quantità tale da superare il fabbisogno delle Leguminose, tanto che il surplus d’azoto fissato rimane nel suolo che ne è arricchito, tanto che questo può essere utilizzato da altre piante; di qui la pratica agraria di alternare la coltivazione delle Leguminose a quella dei cereali, che non sono in grado di effettuare la fissazione dell’azoto). Tutti gli elementi sopra citati aumentano la fertilità della terra, ciò che poi aumenta la sua produttività, la sua resa agricola (la resa del seme[27]), e, di conseguenza, permette un aumento di popolazione[28].
Riguardo alla popolazione, è importante sottolineare che in Europa la densità della popolazione è bassa rispetto all’abbondanza di terra (arativi)[29], e che l’estensione del suolo arabile è contenuta in limiti abbastanza stretti poiché è fortemente condizionante, come sopra detto, l’insufficiente disponibilità di concime[30] (nonostante sia esistito il commercio di concime[31]), giacché la concimazione non conosce, di fatto, alcun miglioramento dopo il secolo XI[32]. I concimi artificiali, che permettono di uscire dal circolo vizioso che impone colture da foraggio per il concime del bestiame, ciò che riduce la superfice arativa per l’alimentazione umana, saranno presenti, o faranno sentire il loro effetto solo dopo la metà del XIX secolo grazie a scoperte chimiche[33].

LE PIANTE E GLI ANIMALI COMMESTIBILI

Seguono alcune precisazioni sulle piante alimentari e gli animali commestibili che permettono di meglio comprendere quanto seguirà. Le parti verdi delle piante alimentari coltivabili, grazie alla fotosintesi clorofilliana, utilizzano l’energia solare e trasformano, attraverso un complicato processo, dei composti inorganici (acqua e diossido di carbonio) in composti organici a più alto contenuto energetico, i glucidi, che, direttamente o indirettamente, vanno a costituire i composti della materia vivente; i glucidi, che costituiscono un vasto ed eterogeneo gruppo di sostanze di fondamentale interesse biologico, diffuse nel mondo vegetale (glucosio, saccarosio, amido, cellulosa etc.) e in quello animale (glicogeno etc.), vedono così trasformata l’energia solare in sostanze che contengono i glucidi (o carboidrati), i protidi (o proteine) e i lipidi (o grassi), vale a dire i principali componenti dell’alimentazione umana (v. infra). Gli animali che consumano certe piante, considerati dall’uomo commestibili (di fatto gli animali erbivori), a loro volta le assimilano e le trasformano in protidi e lipidi animali (processo che molte volte l’uomo non riuscirebbe ad effettuare). I protidi animali hanno poi un valore nutritivo superiore ai protidi vegetali, e, inoltre, l’uomo può trovare conveniente l’uso del bestiame per un doppio motivo; perché fornisce protidi e perché certi animali, ad esempio i buoi e le vacche, possono trasformare l’energia chimica ottenuta con l’alimentazione in energia meccanica, vale a dire avere il ruolo di animali da traino, fattore essenziale in una civiltà contadina.
Le piante assorbono un’energia fotosintetica che è dell’ordine dell’1-5 %; lo stesso, con proporzioni diverse, gli animali.  L’uomo, cibandosi di piante e animali (che si cibano di piante), assimila solo una frazione, o una frazione di frazione, dell’energia da loro prodotta. Inoltre l’allevamento degli animali, sempre i bovini come esempio, richiede una superficie ca. dieci volte superiore per produrre la stessa quantità di calorie vegetali, granturco, ad esempio; e questo spiega, in parte, l’equilibrio sempre instabile tra produzione cerealicola e allevamento e la differenza di ceto che esiste nell’alimentazione, tra chi consuma protidi vegetali, cioè è onnivoro, ma di fatto erbivoro (sempre che non sia sottonutrito o viva in un periodo di carestie e epidemie), e chi consuma protidi vegetali e animali, cioè può permettersi di essere da fatto onnivoro e ben nutrito[34].

L’ORTICOLTURA

L’orticoltura, nell’economia medievale, occupa un posto importante per i contadini, ma soprattutto per il ceto rurale bracciantile (cottagers, cottiers, bordiers, Gärtner, Kotner, Kossaten) che lavora sulle terre altrui e possiede, oltre a una o due bestie affidate al regolamentato gregge comunale, solo dell’orto chiuso dove produce gli ortaggi, i legumi e qualche misura di grano. Da non dimenticare poi gli orti irrigati e pensili nell’Europa meridionale (ad esempio in Liguria o nelle valli del Roussillon, in catalano Rossellò)[35].

LE PIANTE ALIMENTARI

Tra le piante alimentari più importanti abbiamo i cereali e i legumi. Per quanto riguarda i cereali[36], denominazione agronomica e merceologica di piante erbacee coltivate per il valore nutritivo dei frutti, o dell’intera pianta come foraggera, nella loro forma integrale, presentano una composizione estremamente equilibrata in protidi, glucidi lipidi e sali minerali (fino a quando non inizia la macinazione dei cerali con mole di acciaio, nel 1880 ca. (v. infra), il prodotto integrale non abburattato conserva i rivestimenti del seme ricchi di fibre vegetali quali la cellulosa, l’emicellulosa, la lignite, protidi e vitamine, quella che si definisce come crusca, che non è digeribile né assimilabile dal corpo umano, ma facilita il transito intestinale e l’evacuazione)[37]. La tabella seguente mostra i più importanti cereali:

TIPOLOGIA
CARATTERISTICHE DI MASSIMA
IL FRUMENTO O GRANO, TENERO PER LA PANIFICAZIONE (TRICUTUM VOLGARE) E DURO PER LA FABBRICAZIONE DI PASTE ALIMENTARI (TRICUTUM DURUM)
È RICCO DI GLUCIDI E PROTIDI[38]. SI RICORDA CHE LA PIANTA DEL GRANO È UN’ERBA ALTA FINO A 1,5 M, CARATTERIZZATA DAL TIPICO FUSTO DELLE GRAMINACEE, DETTO CULMO, VUOTO NEGLI INTERNODI E AVVOLTO DALLE GUAINE DELLE FOGLIE. QUESTE ULTIME, LUNGHE E PERCORSE DA NERVATURE PARALLELE, SI SVILUPPANO SUL FUSTO PRECOCEMENTE. I FIORI SONO RIUNITI IN PICCOLE INFIORESCENZE DETTE SPIGHETTE, RETTE DA SOTTILI PICCIOLI E A LORO VOLTA DISPOSTE SU SPIGHE PIÙ GRANDI. IL FRUTTO, IL CHICCO DI GRANO, È UNA CARIOSSIDE RICCA DI GLUCIDI. LA CARIOSSIDE È POI IL FRUTTO SECCO E INDEISCENTE A UN SOLO SEME CARATTERISTICO DELLE GRAMINACEE (CHICCHI DEL GRANO, DELL’ORZO E DELL’AVENA). SI TRATTA DI UN FRUTTO ATIPICO, PRIVO DI POLPA (O MESOCARPO) E RIDOTTO AL SOLO SEME AVVOLTO DAL PROPRIO TEGUMENTO E DA UNA PELLICINA ESTERNA CHE CORRISPONDE AL NORMALE RIVESTIMENTO ESTERNO DEL FRUTTO (O PERICARPO). IL TERMINE INDEISCENTE STA A SIGNIFICARE CHE IL FRUTTO, UNA VOLTA GIUNTO A MATURAZIONE, RIMANE INTATTO E NON SI APRE PER FAR USCIRE IL SEME.
LA SEGALE (SECALE CEREALE)
HA CARATTERISTICHE SIMILI AL FRUMENTO, MA DATO IL BASSO GRADO DI ABBURATTAMENTO, È PIÙ POVERA; SI ADATTA BENE A CONDIZIONI CLIMATICHE RIGIDE ED È FORTEMENTE ADATTA AI TERRENI SILICEI CHE NE PERMETTONO UNA MAGGIORE PRODUTTIVITÀ (CHE, IN OGNI CASO, È SEMPRE MOLTO ALTA RISPETTO AL GRANO). PUÒ ESSERE USATA PER LA PANIFICAZIONE O COME FORAGGIO[39].
IL MIGLIO (PANICUM MILIACEUM)
CRESCE SU TERRENI POVERI ED È RESISTENTE ALLA SICCITÀ; PUÒ ESSERE USATO PER LA PANIFICAZIONE O COME FORAGGIO[40].
IL PANÌCO (PANICUM ITALICUM)
È USATO PER LA PANIFICAZIONE.
L’ORZO (HORDEUM VULGARE)
ESSENDO POVERO DI GLUTINE, È POCO ADATTO ALLA LIEVITAZIONE; IN OGNI CASO LA FARINA È PANIFICABILE; È INOLTRE USATO COME FORAGGIO E, COME MALTO, NELLA FABBRICAZIONE DELLA BIRRA[41]. È UN CEREALE AD ALTO RENDIMENTO[42]. È, TRA I PANI, CONSIDERATO IL PEGGIORE[43].
L’AVENA (AVENA SATIVA)
È RICCA DI CELLULOSA E LA SUA COMPOSIZIONE, SIMILE A QUELLA DEL GRANO, CONTIENE, RISPETTO A QUESTO, UNA PERCENTUALE QUATTRO VOLTE SUPERIORE DI LIPIDI E SALI MINERALI; CONTIENE, ANCORA, UN ORMONE DELLA CRESCITA (AUXINA)[44]; È USATA PER LA PANIFICAZIONE E COME FORAGGIO.
LA SPELTA (TRITICUM SPELTA)
PIANTA DETTA ANCHE GRANFARRO.
IL FARRO
INDICA IL TRITICUM DICOCCUM.
FARRAGINE
INDICA IL TRITICUM MONOCOCCUM; È DETTA ANCHE PICCOLO FARRO O PICCOLA SPELTA.
IL SORGO (SORGHUM) O SAGGINA
PUÒ ESSERE USATO PER LA PANIFICAZIONE O COME FORAGGIO.
IL RISO (ORYZA SATIVA)
HA UNA PRODUTTIVITÀ DI MOLTO SUPERIORE RISPETTO AL GRANO E VIENE CONSUMATO DOPO TREBBIATURA DEL RISONE (IL PRODOTTO GREZZO CHE SI OTTIENE DOPO AVER LIBERATO IL CHICCO DALLA SPIGA)[45]. È RICCO DI PROTIDI, VITAMINE DEL GRUPPO B E SALI MINERALI.
IL GRANO SARACENO (FAGOPYRUM SAGITTATUM)
TRANNE IL GRANO SARACENO CHE APPARTIENE ALLE POLIGONACEE, TUTTI GLI ALTRI TIPI APPARTENGONO PER LO PIÙ ALLE GRAMINACEE) CONTIENE UN’ALTA PERCENTUALE DI PROTIDI E DI VITAMINE DEL GRUPPO B E CRESCE SU SUOLI LEGGERI E SABBIOSI; È ADATTO PER IL PORRIDGE E LE FRITTELLE, MA NON PER LA PANIFICAZIONE[46].
IL MAIS[47] (ZEA MAYS; IN ITALIA È CHIAMATO GRANO TURCO ED È FORSE GIUNTO IN EUROPA DOPO I VIAGGI DI COLOMBO)
POICHÉ CAPACE DI RESISTERE A CLIMI MOLTO UMIDI E DI CRESCERE ANCHE SUI SUOLI ACQUITRINOSI E SABBIOSI[48], PRENDE, A PARTIRE DAL XVIII SECOLO, IL SOPRAVVENTO SUGLI ALTRI CEREALI IN SEGUITO A CARESTIE PROVOCATE DALL’ABBONDANZA DI PIOGGE; CRESCE INOLTRE RAPIDAMENTE, CON UNA RESA ALTISSIMA, E I SUOI CHICCHI, ANCORA PRIMA DI ESSERE MATURI, SONO COMMESTIBILI. IL MAIS PUÒ ESSERE BIANCO O GIALLO, QUEST’ULTIMO È POI DISCRETAMENTE RICCO DI CAROTENE (PROVITAMINA A), ANCHE SE IL MAIS, IN GENERALE, È POVERO DI VITAMINA PP (V. SUPRA)[49].

Tabella n. .

Tutti questi cerali, in un modo o nell’altro, possono essere panificati (infatti, per quanto riguarda il loro consumo, i cereali, macinati, producono una farina generalmente adatta alla panificazione[50]). Dal punto di vista cromatico, la panificazione distingue il pane bianco (fatto con il grano, creale superiore ricco di amido, di vitamine del gruppo B e di sali minerali, v. infra) e il pane nero (fatto con la segale o altri cereali minori), distinzione che è anche sociale, in quanto il pane bianco è per i ceti abbienti e quello nero per i ceti non abbienti. Altra distinzione è data dal pane fresco, cotto al forno (per i ceti abbienti) e il pane raffermo, una focaccia cotta sotto la cenere o sul testo (qui, con testo, s’intende una teglia di coccio con orli poco rilevati, per cuocervi focacce e altre vivande simili nella cucina rustica dei ceti non abbienti). Ancora: il pane bianco si oppone all’uso degli altri cereali, detti cereali da bollire (orzo, avena, miglio etc.), e che servono per le polente, le zuppe, le minestre (se possibile, insaporite con la carne e il lardo, e sempre per i ceti non abbienti)[51]. I cereali fermentati permettono poi di ottenere bevande moderatamente alcoliche, quali la birra (ma v. infra). Si ricorda, infine, che nelle fluttuazioni dei prezzi dei cereali, legati alla stagionalità e disponibilità, il prezzo di uno di essi, generalmente frumento o segale, assume un ruolo determinante, mentre gli altri ne seguono sincronicamente i movimenti[52]. Si ricorda, infine, che il riso e il grano saraceno o grano nero[53], provenienti dall’Oriente, sono stati introdotti in Europa dagli arabi di Sicilia o tramite la Spagna[54].
Per il consumo di cereali (C) e del pane (P) tra il XIV e il XIX secolo, si veda la cartina seguente:


Figura n. . Fonte: Malanima 2003, p. 208.

Per quanto riguarda i legumi commestibili (indicati con il termine civaie, cioè cibaria o alimenti, esclusa la cicerchia)[55] si ricordi che sono frutti delle piante leguminose. La tabella che segue ne elenca i principali:

TIPOLOGIA
CARATTERISTICHE DI MASSIMA
IL CECE (CICER ARIETINUM)
IL SEME, CHE CONTIENE CA. IL 15% DI PROTIDI, IL 4% DI LIPIDI, IL 60% DI GLUCIDI. SI CONSUMA MATURO E DISSECCATO IN MINESTRA O COME CONTORNO.
IL PISELLO (PISUM SATIVUM)
IL PISELLO RICHIEDE TERRENI FRESCHI, BUONE CONCIMAZIONI E MOLTE CURE; NEI PAESI MERIDIONALI SI SEMINA IN AUTUNNO E IN QUELLI SETTENTRIONALI IN PRIMAVERA. È SOGGETTO AGLI ATTACCHI DI PARASSITI SIA ANIMALI, SIA VEGETALI.
LA FAVA (VICIA FABA)
I SEMI MATURI CONTENGONO CA ACQUA 8-18%, PROTIDI 18-32%, LIPIDI 1-3%, GLUCIDI (AMIDO, ZUCCHERO, SOSTANZE PECTICHE) 41-60%, LIGNINA 3-18%, CENERI 0,38%.
LA SOIA (GLYCINE HISPIDA)
I SEMI DI SOIA SONO UNA BUONA SORGENTE DI OLIO (20-25%), DI PROTIDI (35-45%), DI GLUCIDI (20-25%), DI FOSFATIDI (2-5%).
LA LENTICCHIA (LENS ESCULENTA)
È PIANTA SARCHIATA A SEMINA AUTUNNALE O PRIMAVERILE A SECONDA DEI CLIMI; VIENE COLTIVATA PER I SEMI CHE SONO DI GRADEVOLE SAPORE E DI ALTO VALORE NUTRITIVO.
LA VECCIA (VICIA SATIVA)
SONO PIANTE ERBACEE ANNUALI O PERENNI, IN PREVALENZA RAMPICANTI, CON FOGLIE COMPOSTE DA DIVERSE PAIA DI FOGLIOLINE E TERMINANTI CON CIRRI PRENSILI; PARECCHIE SPECIE SONO IMPORTANTI IN AGRARIA COME PIANTE DA GRANELLA O DA FORAGGIO, COME DIRE CHE LA PIANTA VERDE O SECCA SI USA COME FORAGGIO; I SEMI COME MANGIME PER ANIMALI DA CORTILE: MACINATI DANNO UNA FARINA GIALLOGNOLA, CON ODORE DI LEGUMI.
LA CICERCHIA (LATHYRUS SATIVUS)
NON COMMESTIBILE IN QUANTO CONTIENE UN PRINCIPIO VENEFICO PER L’UOMO E GLI ANIMALI, LA LATIRINA (SE INGERITA, LA CICERCHIA COLPISCE GLI ARTI INFERIORI, CON DISTURBI DELLA SENSIBILITÀ, O PARESTESIE, CRAMPI MUSCOLARI, RIGIDITÀ E ASTENIA, FINO A UNA PARALISI SPASTICA DI AMBEDUE GLI ARTI. TALORA SI OSSERVANO DISTURBI SFINTERICI. LA SINTOMATOLOGIA È DA RIPORTARSI ALLE ALTERAZIONI DEGENERATIVE CHE INTERESSANO SOPRATTUTTO IL TESSUTO CONNETTIVO E IL MIDOLLO SPINALE. UNA DIETA CORRETTA, TEMPESTIVAMENTE ATTUATA, PUÒ PORTARE, NEI CASI LIEVI, A IMMEDIATA GUARIGIONE. I CASI GRAVI SONO, INVECE, A PROGNOSI SFAVOREVOLE).
L’ARACHIDE (ARACHIS HIPOGAEA)
I SEMI POSSONO ESSERE CONSUMATI DIRETTAMENTE COME FRUTTA, PREVIA TOSTATURA.
IL FAGIOLO (PHASEOLUS VULGARIS)
I SEMI HANNO UN ELEVATO VALORE NUTRITIVO, RISULTANDO PARTICOLARMENTE RICCHI DI PROTIDI (6,4% NEL PRODOTTO FRESCO E 23,6% IN QUELLO SECCO); QUESTE PRESENTANO DELLE CARENZE IN AMINOACIDI SOLFORATI MENTRE SONO RICCHE IN LISINA.

Tabella n. .

Salvo il fagiolo e l’arachide, provenienti dall’America (v. infra), e la soia originaria dell’Estremo oriente, sono tutti frutti originari del bacino mediterraneo e del Vicino Oriente. I frutti delle leguminose hanno un alto valore energetico (320-350 calorie per 100 g di legumi secchi, pari a 200 g di carne) e la capacità di resistere, una volta essiccati, per due o tre anni[56] (in quanto essiccati sono chiamati da granella o granaglie); forniscono inoltre, in assenza di protidi animali, protidi vegetali (contenuto proteico intorno al 20%) e sono ricchi di fibre e d’idrati di carbonio, sali minerali quali potassio, fosforo, magnesio, ferro e con un contenuto in valori medi di vitamine (e, in quanto meno costosi della carne, sono consumati dai ceti non abbienti). Da ricordare che i protidi vegetali hanno però un valore biologico inferiore a quello della carne (circa 60 contro 70), poiché mancano di alcuni aminoacidi essenziali (o elementi che variamente combinati costruiscono i protidi), carenza che può essere eliminata con il consumo di cereali in uno stesso pasto. Tra l’altro sono usati anche come foraggio[57].
Si deve ricordare che tra il XIV-XV secolo il consumo carneo, specificamente per i ceti non abbienti, diminuisce progressivamente fino al XVIII-XIX secolo (v. infra), tanto che per compensazione aumenta il consumo dei cereali, con un deterioramento qualitativo della dieta, giacché, oltre alla monotonia, il pane non è sempre di grano, ma prodotto anche con cereali inferiori (con un apporto calorico pari al 50%, con punte del 70-75%, del totale consumato). Alcuni dati, reperiti in periodi di assenza di carestie.  Nel XIV secolo le città italiane del Centro-Nord consumano uno staio al mese pro capite, ca. 650 g al giorno, di pane o grano (lo staio è un’unità di misura di capacità per aridi); in Sicilia, nel XV secolo, oltre 1 kg al giorno, nel XVI secolo tra i 500 e gli 800 g; a Siena, nel XVII secolo, il consumo si situa tra i 700 e i 900 g, con una punta di 1200; a Ginevra, sempre nel XVII secolo, è ritenuto soddisfacente il consumo di 1100 grammi ca., mentre a Beauvais è normale il consumo di 1300 g (oppure 850 g più la zuppa); nel XVIII secolo a Parigi si consuma fino a 1 kg e mezzo pro capite al giorno[58].

IL BESTIAME E L’ALLEVAMENTO

Per un agricoltore che conduce un’azienda familiare tipo di modeste dimensioni, il bestiame[59] serve per il concime (questo è l’aspetto più importante); per il tiro (cavalli nell’Europa settentrionale, buoi e vacche nell’Europa centrale e meridionale; nell’Europa meridionale sono usati anche i muli); per la produzione di latte, formaggio, carne, pellame a uso individuale; per la produzione di burro che, assieme alle uova è destinato al mercato locale; per la macellazione ad uso individuale (maiale, animali da cortile, selvaggina catturata etc.).
La povertà della documentazione non permette però di stabilire quale fosse la parte dell’autoconsumo (relativa autarchia) e quella destinata al mercato di una azienda familiare tipo[60]. Per un allevatore, al contrario, l’aspetto più importante è che il bestiame serve solo ed esclusivamente per la produzione di formaggio, burro, carne, latte, macellazione, pellame, lana per il mercato di lusso[61] (su questo, v. infra).
A partire dall’XI secolo il numero degli animali aumenta di fatto, sia per quanto riguarda il bestiame di grossa taglia (equini, utilizzati prevalentemente per la guerra, bovini usati per le necessità di traino) che quello di piccola taglia (pollame e maiali usati per l’alimentazione, pecore usate per lo sviluppo della produzione laniera). Per offrire un esempio, nel 1086, in tre contee inglesi abitate da 11.707 villani, sono allevati 129.971 ovini, 31.800 maiali, ca. 9.000 bovini e 2.721 cavalli. Da questo aumento deriva un ampliamento delle colture foraggere e lo sviluppo dei pascoli da ingrasso (fatto che renderà poi instabile, come sopra detto, l’equilibrio tra risorse e consumo animale e umano)[62].

LE PIANTE FORAGGERE

Le piante foraggere[63] (che servono per l’alimentazione del bestiame). Le più conosciute sono riportate nella tabella seguente:

TIPOLOGIA
CARATTERISTICHE DI MASSIMA
L’ERBA MEDICA (MEDICAGO SATIVA)
È DENOMINAZIONE COMUNE DI UNA LEGUMINOSA, NOTA ANCHE COME ERBA SPAGNA. È CONSIDERATA LA SPECIE FORAGGERA PER ECCELLENZA IN QUANTO È RICCA DI PROTIDI, DI SALI MINERALI E DI VITAMINE. CON IL SUO APPARATO RADICALE CHE PENETRA NEL TERRENO PER PIÙ DI 9 METRI DI PROFONDITÀ, RAGGIUNGE MEGLIO DI ALTRE LE RISORSE IDRICHE, PROTEGGENDOSI, COSÌ, DALLA SICCITÀ. OLTRE CHE PER OTTENERE FORAGGIO, È UTILIZZATA ANCHE PER ARRICCHIRE E STABILIZZARE I TERRENI (V. SUPRA).

IL TRIFOGLIO (TRIFOLIUM PRATENSE
PIANTA DA PASTURA COLTIVATA ESTESAMENTE PERCHÉ FORNISCE OTTIMO FORAGGIO; IL TRIFOLIUM HYBRIDUM, TRIFOGLIO IBRIDO, È COLTIVATO COME FERTILIZZANTE NATURALE IN SUOLI POVERI DI AZOTO, OPPURE PER PRODURRE FIENO; PER IL DUO RUOLO NEL FISSARE L’AZOTO, V. SUPRA).
LA RAPA (BRASSICA CAMPESTRIS, SUB SPECIE RAPA)
PUÒ ESSERE USATA COME FORAGGERA VERDE, CON I FIORI DELLA RADICE IN BOCCIO, DETTE CIME DI RAPA BRUCATE DIRETTAMENTE SUL CAMPO DAL BESTIAME, OPPURE PUÒ ESSERE USATA COME FORAGGERA DA RADICE; INOLTRE I SEMI DELLE DIVERSE VARIETÀ CONTENGONO, IN MEDIA, DAL 30 AL 40% DI OLIO, DEL TUTTO SIMILE A QUELLO DI COLZA; SI USANO COME FORAGGIO O COME CONCIME I PANELLI RESIDUATI DALL’ESTRAZIONE[64].
IL RAVIZZONE (BRASSICA RAPA)
ERBA ANNUA O BIENNE, MOLTO SIMILE ALLA COLZA, COLTIVATA PER RICAVARE OLIO DAI SEMI O PER ESSERE USATA COME FORAGGERA DA ERBAIO.
LA LUPINELLA (O ONOBRYCHIS VICIIFOLIA)
È UNA PIANTA ERBACEA, LEGUMINOSA E PERENNE ED È AMPIAMENTE COLTIVATA IN EUROPA COME ERBA DA PASCOLO.

Tabella n. .

Si ricorda che, secondo la varietà, le piante foraggere sono falciate, fatte essiccare e immagazzinate come fieno; triturate e conservate umide come scorte di foraggio; consumate direttamente dal bestiame al pascolo; o, ancora, usate come foraggio appena tagliate.

CARNE, PESCE, PRODOTTI CASEARI E ALTRO

La carne e il pesce, per le difficoltà di conservazione da parte di coloro che non possono mangiare i cibi freschi, possono, all’epoca, essere sottoposti a lessatura preliminare (ciò che permette di preservare i lipidi nel brodo)[65], a salagione, a essiccazione, a affumicatura, a insaccamento (maiale), oppure messi sott’olio e consumati in queste forme; ugualmente è sottoposto a salagione il burro (con una durata superiore a 3 anni); l’uso della salagione per i prodotti citati, prende vigore a partire del 1550[66].  Il sale, necessario per rendere consumabile il cibo, è usato in enormi quantità (ad esempio, si consumano all’epoca 20 g al giorno, mentre oggi, un adulto, ne consuma dai 3 ai 7 g al giorno[67]), ciò che rende spiegabile, ad esempio, l’alto consumo della birra (come è il caso del consumo di birra in Svezia, nel XVI secolo, che è ca. quaranta volte superiore a quello odierno e alla metà del XVII secolo una famiglia inglese consuma ca. tre litri di birra a testa, bambini compresi)[68].
Il consumo di carne di bue fresca, di manzo o di vitello, la carne più cara sul mercato, rimanda a un regime alimentare urbano che è segno, a partire dal XIV secolo, di uno status sociale alto (tra il Quattrocento e il Cinquecento sono privilegiati testa, lingua, cervella, trippe, polpa magra)[69]; il consumo di carne ovina (pecore e castroni) è poi tipico degli strati urbani popolari  e quello della carne suina è proprio delle famiglie rurali tendenzialmente autarchiche (la carne di porco salato è, infatti, a partire dal XIV secolo, simbolo dell’alimentazione contadina)[70]. Un inciso: l’uso abbondante delle spezie nella cucina dei ceti abbienti non è per mascherare una carne mal conservata o avariata, giacché questi ceti mangiano carne di animali uccisi al momento dell’acquisto sui mercati, dato che gli animali e i pesci arrivano vivi nelle botteghe e sono macellati solo su richiesta dei clienti[71].
Da non dimenticare poi il pollame: uova (una gallina, in media, produce ca. 115 uova; si ricorda che i protidi dell’uovo raggiungono il massimo valore biologico, uguale a ca. 96 nel tuorlo[72]) o carne di gallinacei, piccioni, anatre, oche galline, faraone (chiamate anche galline d’India), pavoni, cigni (usati anche per ornare stagni o fossati) e, dopo il XVI secolo, il tacchino dall’America[73].
Da sottolineare che il periodo 1350-1550 è stato un periodo di forte alimentazione carnea; a partire da questa ultima data il consumo di carne decresce   sempre più fino al 1850[74], come dire che si passa da un regime alimentare con alto contenuto di protidi e lipidi a un’alimentazione fondata essenzialmente sui glucidi. Esistono però, nel consumo carneo, differenze di ceto, differenze fra i consumi autarchici delle campagne e di dipendenza nelle città e differenze geografiche: in alcuni paesi del Nord la presenza di carne nella dieta è elevata (ad esempio, Inghilterra, Svezia e Germania); in Francia e nei Paesi Bassi il consumo, rispetto ai paesi del Nord, è più basso; nei paesi dell’Est Europa e nei paesi mediterranei il consumo di carne decresce ancora (come in Polonia, Spagna, Italia etc.). Queste differenze sono poi anche dovute alla numerosità dei capi di allevamento, alta nel Nord, bassa nel Sud Europa (senza dimenticare che esiste anche la caccia di cervi, cinghiali, caprioli etc.). Alcune stime relative al XV secolo: in Germania mediamente il consumo di carne (che esclude, dunque, i giorni di magro) è di 100 kg all’anno pro capite (ma nei secoli XVIII e XIX cala fino a 14 kg annui, sempre pro capite); per la città di Carpentras, il consumo pro capite annuo è di 26 kg; a Tours oscilla fra i 20 e i 40 kg annui; nella Linguadoca, 40 kg annui; in alcune città siciliane i consumi si attestano sui 20 kg annui (non è registrato l’autoconsumo domestico di porci, pecore e pollame)[75].
Si veda il grafico seguente che mostra i consumi carnei pro-capite in alcune zone d’Europa tra il XIV e il XIX secolo[76]:


Figura n. . Fonte: Malanima 2003, p. 204 (cfr. anche il grafico in Livi Bacci 1987, p. 128).

Da tenere sempre presente, come sopra accennato, il fatto che il mangiare molta carne (selvaggina, tra cui spicca il fagiano[77], o carne fresca bovina), in ogni caso il mangiare molto, eredità del sistema alimentare e riproduttivo barbaro[78], è poi ritenuto un segno di status sociale elevato, un vero e proprio obbligo che si deve esibire; e se lo status è dato in senso quantitativo prima del XIV-XV secolo, dopo di esso il privilegio è basato sulla qualità dei cibi[79] (v. infra). In ogni caso essere grassi, mangiare molto, mangiare molta carne e usare molti lipidi (ad esempio, i costosissimi burro e olio d’oliva), è considerato un valore fortemente positivo, forte segno di ricchezza e di benessere alimentare, e questo ancora nel XVIII secolo, quando incomincia però lentamente a imporsi l’esigenza, non solo estetica, di essere magri[80]. Da ricordare che sono poi imposte dalla Chiesa, per motivi penitenziali, periodiche astensioni dalla carne (il cui consumo, si pensa all’epoca, favorisce un eccesso di sessualità) che, fra i giorni della settimana (mercoledì e venerdì, poi il solo venerdì) e periodi sacri (Quaresima, Avvento, etc.) sommano a ca. 140-160 giorni di astensione dalla carne (giorni, non di grasso, ma di magro; un esempio banale di magro per i ceti abbienti nel XIII secolo, in ambiente conventuale, senza citazione del bere: ciliegie, pane bianchissimo, fave cotte nel latte, pesci e gamberi, pasticci di anguille, riso al latte di mandorle con polvere di cannella, anguille abbrustolite con salsa, torte e giungate, frutta; del resto è dimostrato che nei monasteri più ricchi la razione quotidiana raramente scende al di sotto delle 5-6000 calorie. Con torta s’intende un involucro di pasta che può contenere di tutto a strati o pezzetti o amalgamato a modi di pasticcio; con giuncata s’intende poi il latte crudo rappreso, con aggiunta di caglio non salato)[81].
Infine, una definizione: con il termine carne s’intendono le masse muscolari e i tessuti che vi aderiscono (grassi, connettivo, vasi, nervi) degli animali da macello, da cortile e della selvaggina; sono poi chiamate frattaglie il fegato, il cuore, il cervello, i reni, la milza e i polmoni; animelle il pancreas, il timo, le ghiandole salivari e trippe gli stomaci dei poligastrici (escluso il rumine e compreso il primo tratto del tenue)[82].
Per quanto riguarda il consumo di pesce (fortemente connotato dall’astinenza della carne, dettata dai precetti della Chiesa, per i 140-160 giorni di magro[83], v. supra,), si deve sottolineare l’uso del pesce vivo, macellato all’istante, per i ceti abbienti della popolazione e la pratica della salagione ed essicazione avanti d’essere immesso sui mercati per il consumo dei ceti non abbienti. Tra i pesci abbiamo la presenza delle aringhe, delle carpe, dei lucci, delle trote, dei salmoni, delle lamprede, delle anguille, degli storioni etc.; nel XIII secolo si pratica, in grandi peschiere del Basso Danubio, la carpicoltura che, come esito finale del processo lavorativo, immette nel commercio carpe salate o essiccate; nel XIV secolo si diffonde l’aringa salata; alla fine del XV secolo emerge, come prodotto non più di lusso, ma come prodotto che fa parte della dieta degli strati popolari urbani, il merluzzo, che conservato intero (senza testa e interiora) ed essiccato ci dà lo stoccafisso (venduto a peso) e sottoposto a salagione il baccalà (venduto a pezzo) [84]. Da ricordare che il pesce salato e il pesce secco saranno sostituiti, nell’area del Mediterraneo e tra il XIV e il XV secolo, dal tonno sott’olio prodotto nelle regioni andaluse[85].
Nella cartina che segue sono evidenziate le zone di pesca delle aringhe e dei principali tipi di pescato nelle varie zone d’Europa (secoli XII e XVIII):



Figura n. . Fonte: Malanima 2003, p. 207

Per quanto riguarda il consumo di latticini (latte, formaggi), materie grasse (burro, strutto, lardo, olio d’oliva), uova, si ricorda che sono alimenti quotidiani, ma alcuni di questi non per tutti gli strati della popolazione, specialmente il burro e l’olio costosissimi, e quindi destinati ai ceti abbienti; i ceti non abbienti consumano soprattutto i lipidi ricavati dal maiale (lardo, strutto, sugna) e, in mancanza di questi, su lipidi di altri animali (bovini, ovini) e su oli vegetali di scadente qualità (colza, lino, canapa etc.)[86]; senza però dimenticare che sono alimenti di elevato apporto proteico particolarmente importanti laddove il consumo carneo è basso[87]. Ad esempio, una famiglia contadina proprietaria di una piccola azienda tipo usa, come alimentazione, la cagliata (latte cagliato per la fabbricazione del formaggio) e il siero, residuo dolce del latte (il burro prodotto non è consumato ma, assieme alle uova, è destinato al mercato locale); con il pane mangia il formaggio e usa come grasso commestibile, per le fritture e le infornate, il lardo[88].
Si ricorda che, tra il XIV e il XV secolo, emerge e si rafforza poi un’ideologia alimentare che lega la qualità del cibo con la qualità della persona (intesa, però, solo come traduzione del suo status socio-economico). Ciò che impianta in modo verticale (dove l’alto è positivo e il basso negativo) e parallelo una gerarchia sociale cui è pari una gerarchia alimentare basata non più, come in precedenza, sulla quantità, ma sulla qualità (v. supra). Ciò che impone, ancora, una gerarchia della digestione per cui quello che è adatto agli stomaci deboli, quelli dei ceti abbienti, non è adatto agli stomaci forti, quelli dei ceti non abbienti, fra i primi i contadini, cui si riservano rape, aglio, porri, cipolle, scalogna (e i bulbi e le radici sono il basso della gerarchia alimentare) e cereali inferiori panificati. Ma nonostante il mutamento di paradigma, dal mangiare molto (con i modi grossolani che accompagnano quest’attività) al mangiare delicato (con i modi raffinati e codificati che impone lo status economico-sociale), si tratta sempre di una cultura dell’ostentazione e dello spreco il cui contraltare è nella cultura della fame[89]; sulla questione si ritornerà (v. infra).

LA VIGNA, IL VINO E LA BIRRA

Un inciso, oltre ai cereali e ai legumi è presente anche il vino, che è prodotto, commercializzato (con il controllo contro l’annacquamento e l’adulterazione) e consumato. Il vino è una bevanda idroalcolica prodotta dalla fermentazione alcolica del mosto ricavato dalla pigiatura dell’uva, frutto della vite (Vitis vinifera), cui s’aggiungono, in età medievale, spezie che lo rendono aromatizzato[90].
Nell’Alto Medioevo promuovono la coltivazione della vite (per motivi liturgici, ma anche di prestigio) i vescovi nelle città e i monaci nei terreni dei conventi e dei monasteri[91], ma anche gli aristocratici e, tra l’XI e il XIII secolo, i ceti abbienti urbani[92] (come dire che la vigna è cosa essenzialmente dei ricchi, lavorata sì da contadini esperti di viticoltura, ma sotto il controllo padronale[93]); nel Basso Medioevo si perviene poi a una prima selezione dei vitigni e si realizzano innovazioni come la vinificazione separata delle uve bianche e rosse e quella specifica per le uve appassite, la variabilità nella durata di macerazione delle vinacce e l’introduzione dei filtri a sacco[94]. Il vino commercializzato (per i ceti abbienti) proviene soprattutto via fiume dalla Francia, dalla zona della Borgogna (per fare un esempio, tra il 1308 e il 1309 sono stati esportati vini di Bordeaux per 850.000 ettolitri)[95] e dall’Italia settentrionale per i vini liquorosi prodotti nel Meridione[96]; per quanto riguarda l’uso regolare dei turaccioli di sughero (già in vigore in epoca romana) bisogna aspettare, sembra, fino al secolo XVII.
Il vino, in quanto fornisce alla dieta quotidiana un complemento ad alto tenore calorico e di facile e pronto utilizzo, è da considerarsi come ingrediente primario dell’alimentazione, e come tale è consumato dai ceti non abbienti (in certe regioni poi il vino è sostituito dal sidro e dalla birra) o, se vino pregiato (su tutti il Tokai), è bevuto dai ceti abbienti che ne fanno oggetto di status[97]. Un litro al giorno pro capite è ritenuto normale e c’è chi parla, per luoghi e gruppi sociali diversi, rurali e urbani, di un consumo giornaliero pro capite di due, tre, quattro litri a partire, questo a partire dal XIII-XIV secolo. Vi sono poi vini comuni che permettono, a partire dal XVI secolo, il fenomeno di un aumento di livelli di assunzione tra i ceti non abbienti, con conseguente ubriachezza diffusa (anche perché quando l’aumento del prezzo dei grani rincara, quello dei vini di bassa qualità diminuisce favorendone l’assunzione, che spesso supplisce i glucidi in quanto, come detto, è anche calorica, lo stesso che la birra;); nel Settecento il livello dei consumi di vino è di massa[98]. Da aggiungere che al vino sono poi attribuite alte qualità terapeutiche (ad esempio, all’ospedale parigino dell’Hôtel-Dieu, nel XV-XVI secolo, il vino è distribuito ad ogni pasto in abbondanza, e tanto più il malato è grave, tanto più gli è data la possibilità di consumare del vino) e che la farmacopea lo usa come ingrediente di base per molte medicine. Ha inoltre proprietà antisettiche in quanto corregge l’acqua che non è quasi mai consumata pura in quanto non perfettamente potabile (almeno fino al XIX secolo)[99].
La produzione di birra, tipica bevanda dei ceti non abbienti (lo stesso che il vino comune), può essere ottenuta con il lievito[100] e il frumento, l’avena, la segale, il miglio, l’orzo germogliato (che quando è essiccato è chiamato malto; il colore più o meno scuro della birra dipende poi dal suo grado di tostatura[101]; il malto d’orzo, mescolato al luppolo, rende il gusto amaro e ne permette la conservazione; la produzione si ha a partire dal XIV secolo[102]). Per l’apparizione degli alcool di cereali e le altre bevande quali il te, il caffè etc., v. infra.

LE PIANTE INDUSTRIALI

Sono piante industriali, ad esempio, il lino (o Linum usitatissimum, coltivato per la pregiata fibra tessile che se ne ricava[103]) o le piante tintorie[104] o coloranti, sulle quali in seguito ritorneremo, quali la robbia (o Rubia tinctorum, oggi nota come alizarina, da cui si ricava una sostanza colorante rossa), il guado (o Isatis tinctoria, pianta che contiene nelle foglie e nelle radici una sostanza colorante turchina, che serve per preparare i colori neri e blu, sostituita nel XVII secolo dall’indaco tropicale), la guaderella (o Reseda luteola dalla quale si estraggono il giallo, il marrone e il verde oliva) e lo zafferano (Crocus sativus; lo zafferano è una spezia rosso-aranciata che si ottiene dagli stimmi polverizzati della pianta omonima, diffusa in Italia settentrionale), tutte piante e colori al servizio dell’industria del panno, tranne l’alizarina molto usata anche per pelli e pergamene, e che, combinata con allume, dà lacche rosse molto persistenti (lacca di robbia o di garanza) e il guado che può essere anche usato come foraggio. Tra le piante industriali si annoverano, ancora, la colza (o Brassica napus, pianta oleifera usata anche come foraggio[105]), il luppolo (o Humulus lupulus, usato come conservante e aromatizzante nella fabbricazione della birra[106]),  la barbabietola da zucchero (o Beta vulgaris[107]), il tabacco (o Nicotiana tabacum, v. infra) etc.[108] (va da sé che l’utilizzazione di queste piante è distribuita tra Medioevo ed Età moderna secondo le esigenze produttive, ad esempio la barbabietola da zucchero è utilizzata solo a partire dagli inizi dell’Ottocento etc.).

FATTORI DI SCELTA E DI COSTRIZIONE DELL’INCREMENTO O DECREMENTO DEMOGRAFICO
           
Per quanto riguarda l’incremento o decremento demografico (ossia il rapporto tra le nascite e le morti), è necessario sapere che[109] le capacità di crescita della popolazione umana sono costanti e non presentano variazioni da epoca a epoca o da gruppo a gruppo (ad esempio i maschi sono sempre in numero superiore alle femmine per un rapporto 1,05, cioè 105 maschi e 100 femmine) e che le potenzialità di questa crescita dipendono da fari fattori. In prima istanza, dal contesto ambientale, inteso come forza di costrizione ineludibile, quali il clima (con i suoi lunghi cicli), lo spazio (con i suoi modi dell’insediamento umano, la mobilità e la densità della popolazione, quindi la disponibilità di terra, fattori tutti legati alla trasmissibilità delle patologie), le patologie (che, collegate anche al sistema alimentare nel breve periodo, hanno diretta influenza su riproduzione e sopravvivenza).
In seconda istanza, dal contesto ambientale e sociale, inteso come forza di costrizione ineludibile, quali lo offrono i microbi (batteri, virus, protozoi, spirocheti, ricksettie etc.); come dire, per quanto riguarda le società precapitalistiche, la malnutrizione cronica (data un’alimentazione abitualmente inadeguata o carenziale, v. infra) o meno, la totale assenza di difese sanitarie e igieniche dovute alla mancanza di conoscenze mediche e alla precarietà delle condizioni abitative; di qui la larga diffusione delle malattie (specie infettive) e, infine, la peste attiva ed endemica.
In terza istanza, dal contesto ambientale, inteso come forza di lenta modificabilità, quali la terra intesa come possibilità di fonti energetiche rinnovabili, di materie prime, e anche di sviluppi produttivi quali, ad esempio, l’agricoltura e i regimi alimentari possibili che ne derivano; come dire subordinazione alla produttività del suolo e subordinazione plurisecolare della popolazione ai limiti di un regime calorico accettabile, anche in condizioni di stress nutritivo[110].
In quarta istanza, dalle condizioni di vita, che rimandano alla stratificazione sociale, quindi a un determinato sviluppo delle forze produttive e, per il periodo che qui interessa, anche la presenza, praticamente ininterrotta, endemica, di guerre con saccheggi e devastazione degli eserciti mercenari, con il loro corteggio di epidemie dovute alla loro intrinseca mancanza di condizioni igienico-sanitarie (ad esempio, gli eserciti del Cinquecento sono di piccola taglia, sulle diecimila persone ca.[111], ma i guasti che provocano sono di enorme vastità[112]).
In quinta istanza, dai comportamenti sociali, cioè da fattori culturali che comportano modificazioni con rilevanza demografica, ossia dai fattori che limitano la fertilità[113], quali la misoginia della Chiesa[114], l’astinenza del clero (contro cui combattono i nicolaiti, v. infra)[115], il numero dei gradi proibiti per la scelta del coniuge (stabiliti dalla Chiesa)[116], l’età elevata della nuzialità[117], la coniugalità[118], il celibato o il nubililato[119], la prostituzione[120], il prolungato allattamento[121] o il controllo delle nascite[122], la mobilità e le migrazioni[123] etc.; oppure, questa fertilità, l’aumentano, come le nuzialità ripetute per morte catastrofica o meno del coniuge[124], per la nascita di figli illegittimi (anche se è vero che questa ultima, nelle società precapitalistiche, presenta piccole frazioni percentuali[125]) etc.
Valgano come esempio generale i tassi di nuzialità presenti alla fine del XVIII secolo (vedi cartina a seguire) a Ovest e a Est della linea di Hainal (una linea che unisce San Pietroburgo con Trieste). A Ovest i tassi di nuzialità sono di fatto bassi (l’età del primo matrimonio è elevata, generalmente superiore ai 24 anni per le donne e 26 per gli uomini, e l’alto nubilato definitivo è generalmente superiore al 10%), anche se sono presenti zone dove la nuzialità è relativamente alta; a Est della linea il sistema di matrimonio precoce è pressoché universale (l’età media al primo matrimonio è inferiore ai 22 anni per le donne e 24 per gli uomini, mentre il nubilato definitivo è inferiore al 5%). Si ricorda, per inciso, che la bassa nuzialità è un fenomeno tipico dell’Europa occidentale, fenomeno che non trova riscontro in nessun’altra popolazione al mondo[126]:


Figura n. . Fonte: Livi Bacci 1998, p. 143.

In sesta istanza, dalla presenza o meno degli adattamenti automatici (ad esempio in caso di stress alimentari, o carestie prolungate[127] dove, pur possedendo le popolazioni un notevole grado di adattabilità allo stress nutritivo di breve, medio o lungo termine, l’adattamento non funziona, v. infra)[128] che possono portare all’aumento della mortalità e quindi alla selettività biologica (nel senso dell’adattamento genetico alle condizioni di stress delle generazioni a venire[129]) o, nei confronti delle malattie, a un’immunizzazione (temporanea o permanente) o a una domesticazione nel caso di mutuo adattamento tra agente patogeno e ospite umano.
Tutti questi fattori portano, tra il 1000 (o meglio, dall’VIII secolo) e il 1850, a una natalità, prodotto della fecondità, che è spesso superata dagli alti indici di mortalità (questo fino al 1750, che segna il punto di non ritorno o il superamento della soglia malthusiana).
Segue un grafico che indica le fasi di crescita e decrescita demografica dal 1000 al 2000 e segnala anche alcuni fattori di costrizione e di modi di adattamento che, nel lungo periodo, hanno determinato le varie fasi:


Figura n. . Fonte: Livi Bacci 1998, p. 10.

Segue una tabella riassuntiva delle variabili in gioco per gli anni 1350-1800 e oltre:

VARIABILI IN GIOCO
1350-1500
1500-1600
1600-1700
1700-1800
1800 E OLTRE
ALIMENTAZIONE ANIMALE O CARNEA
ABBONDANTE
DECLINO
MEDIOCRE
MEDIOCRE
NADIR E RIPRESA
ALIMENTAZIONE DI CEREALI
ABBONDANTE
SUFFICIENTE
SUFFICIENTE
SUFFICIENTE
SUFFICIENTE
TENORE DI VITA (SALARI REALI)
FORTE AUMENTO
RIDUZIONE
RIDUZIONE, RIPRESA
RIPRESA E RIDUZIONE
RIPRESA
STATURA
---
---
---
AUMENTO E RIDUZIONE
AUMENTO, STAZIONARIA
CARESTIE E PENURIE
FREQUENTI
MOLTO FREQUENTI
MOLTO FREQUENTI
RIDUZIONE
RIDUZIONE E SCOMPARSA
NUOVE COLTURE
---
SPERIMENTAZIONE
PRIMA DIFFUSIONE
DIFFUSIONE
DIFFUSIONE
INCREMENTO DEMOGRAFICO
NEGATIVO, NULLO
SOSTENUTO
NULLO, LIEVE
LIEVE, ELEVATO
ELEVATO
MORTALITÀ
ELEVATISSIMA
NORMALE
ELEVATA
NORMALE E RIDUZIONE
RIDUZIONE
FREQUENZA E GRAVITÀ DELLE CRISI DI MORTALITÀ
ELEVATISSIMA E INTENSA
ELEVATA E INTENSA
ELEVATA E INTENSA
RIDUZIONE
RIDUZIONE

Tabella n. . Fonte: Livi Bacci 1987, p. 159

UNA NOTA SULLA STATURA

Di fronte a stress nutritivi prolungati una modalità di adattamento è data dalla minore crescita corporea del bambino e dell’adolescente, come dire che la crescita è ottimizzata in relazione alle risorse disponibili, di qui la lettura indiziaria: una statura alta nella popolazione è indice di buona nutrizione e buone condizioni di vita, una statura bassa (quindi un rallentamento nello sviluppo scheletrico e corporeo) nella popolazione mostra la presenza di stress nutritivi prolungati[130]. Lo stesso vale per il bestiame, che in età medievale e moderna è più piccolo, di minor peso, rispetto a quello attuale[131]. La statura di un individuo, dunque, dipende relativamente da influenze genetiche, moltissimo dall’alimentazione nei primi anni di vita; ora, come si è visto sopra, i redditi e le condizioni di vita della popolazione italiana tra la seconda metà del Settecento e i primi due decenni dell’Ottocento subiscono un peggioramento, ciò che comporta come effetto finale una riduzione in centimetri dell’altezza media della popolazione, come mostrano i dati nella tabella seguente riguardanti l’altezza, in centimetri, dei militari della Lombardia:

DATA
ALTEZZA IN CENTIMETRI DEI MILITARI LOMBARDI
1740-1750
168,4
1750-1760
166,6
1760-1770
166,0
1770-1780
165,3
1780-1790
165,3
1790-1800
165,8
1800-1810
164,5
1810-1820
164,5
1820-1830
165,8
1830-1840
164,1

Tabella n. . Fonte: A’Hearn, 2003[132]

LA LOGICA MALTHUSIANA DELLE COSTRIZIONI

Nei diagrammi di flusso a seguire è mostrata la logica malthusiana delle costrizioni negli andamenti della popolazione rispetto a prezzi, salari reali, nuzialità, mortalità e natalità sia quando la fase economica è espansiva sia quando essa è recessiva. Il senso delle frecce indica la direzione di causalità; il segno + o – indica l’effetto, positivo o negativo, sul fenomeno successivo; sono poi reperibili due percorsi, segnati 1 e 2, che permettono di seguire la variabilità giocata, di fatto, dalla nuzialità e dalla mortalità[133]; gli schemi non valutano la possibilità di superamento della soglia malthusiana.

FASE ECONOMICA DI ESPANSIONE











Figura n. . Fonte: Livi Bacci 1987, p. 24      

FASE ECONOMICA DI RECESSIONE










Figura n. . Fonte: Livi Bacci 1987, p. 24      


TIPI DI MORTALITÀ E ALIMENTAZIONE

Due incisi. Una grave crisi di mortalità è tale nella misura in cui il numero dei morti supera di tre volte il valore dei decessi ritenuto ordinario[134]; in questi casi (guerre, carestie, epidemie etc.) si parla di mortalità catastrofica, negli altri casi di mortalità ordinaria (quando 1/3 o oltre della popolazione ordinaria è sotto i quindici anni e la mortalità infantile è molto alta nei primi sei, sette anni di vita, il bilancio naturale della popolazione è sempre positivo)[135].
L’alimentazione[136], ancora, non è l’istanza ultima che decide dell’andamento della mortalità grave, in quanto sono maggiormente decisivi i seguenti fattori di diffusione delle malattie: ambientali (ad esempio la maggiore mobilità in caso di morbilità e la crescita degli aggregati urbani e la densità abitativa che favoriscono, spesso per mancanza di igiene, la diffusione degli vettori patogeni[137]); culturali (ad esempio le inadeguate conoscenze mediche); economico-sociali (ad esempio, l’intensificarsi degli scambi commerciali, oppure la forte disorganizzazione sociale in caso di avvenimenti epidemici o pandemici). In questo contesto la denutrizione può diventare sì un’importante concausa, ma non la causa determinante (v. infra)[138]. Si ripete la tabella sull’influenza del livello nutritivo su alcuni processi infettivi (v. supra):

MODALITÀ DI INFLUENZA
BEN DEFINITA
PROCESSI INFETTIVI
MODALITÀ DI INFLUENZA
INCERTA, VARIABILE
PROCESSI INFETTIVI
MODALITÀ DI INFLUENZA
MINIMA, INESISTENTE
PROCESSI INFETTIVI
COLERA
DIFTERITE
ENCEFALITE
DIARREA
ELMINTIASI [1]
FEBBRE GIALLA
HERPES
INFEZIONI DA STAFILOCOCCO
MALARIA
LEBBRA
INFEZIONI DA STREPTOCOCCO
PESTE
MALATTIE RESPIRATORIE
INFLUENZA
TETANO
MORBILLO
SIFILIDE
TIFOIDE
PERTOSSE
TIFO
VAIUOLO
TUBERCOLOSI

[1] Presenza di vermi parassiti nell’intestino o in altri organi.

Tabella n.  . Fonte: Livi Bacci 1987, p. 55.

COSA SUCCEDE ALL’ORGANISMO IN CASO DI NON NUTRIZIONE

Sopra si è parlato di malnutrizione cronica e di stress nutritivi. Per spiegare cosa è in gioco, segue una breve illustrazione su cosa succede al corpo in caso di digiuno (più o meno dettato dalle circostanze esteriori, come visto, in età precapitalistica in Occidente). Primo, le (eventuali) riserve adipose contribuiscono ad apportare energia ai tessuti sotto forma di acidi grassi (che sono alla base della formazione dei lipidi); secondo, i protidi dell’organismo, quelle dei muscoli in special modo, forniscono gli aminoacidi (che sono, come detto, gli elementi costitutivi dei protidi) necessari alla sintesi da parte del fegato (epatica) del glucosio. Terzo, in numerosi tessuti l’utilizzo del glucosio è incompleto, perché è limitato alla sola produzione di lattato (che è un acido organico prodotto dalla glicolisi anaerobica [controllare], prima parte del metabolismo del glucosio), che può essere riciclato dal fegato; quest’adattamento consente poi di risparmiare i protidi dell’organismo. Anche il cervello partecipa a questa forma di risparmio poiché il glucosio come substrato energetico è sostituito dai corpi chetonici (che sono composti provenienti dal catabolismo parziale, o degradazione delle molecole organiche, degli acidi grassi nel fegato, dunque prodotti dal metabolismo dei lipidi). Nel caso di digiuno prolungato, la mobilitazione dei protidi, inizialmente alta (80 g al giorno), diminuisce fortemente (25 g al giorno); la situazione diventa pericolosa quando si sono definitivamente esaurite le riserve adipose e quando sono mobilitate solo i protidi essenziali (v. supra)[139]. In questo caso il corpo non ha più nessuna soglia di adattamento, prima al persistente stress nutritivo, poi alla non nutrizione e, non più in grado di garantire una funzionalità organica, non può più difendersi dalle infezioni.

I NUMERI DELLA POPOLAZIONE

A seguire la tabella riassuntiva della popolazione (1-1850):

ANNI
ABITANTI IN EUROPA (IN MILIONI)
ABITANTI IN ITALIA (IN MILIONI)
DENSITÀ IN EUROPA (SENZA RUSSIA E IN ABITANTI PER Km2)
DENSITÀ IN ITALIA (IN ABITANTI PER Km2)
BELLETTINI
BENNET
LIVI BACCI
BIRABEN
BELLETINI
LIVI BACCI
      1
  37


  43
 7,0



  100




 7,7



  200
  67


  57
 8,5



  300




 8,0



  400



  48
 7,7



  500



  41[1]
 6,2



  600



  33
 4,2



  700
  27


  32 [2]
 4,0



  800



  35
 4,2



  900



  39
 4,5



1000
  42


  43
 5,2



1050
  46


 
 5,8



1100
  48


  50
 6,5



1150
  50



 7,3



1200
  61


  66
 8,3



1250
  69


  71
10,1



1300
  73
  73

  86
11,0

14,0
40, 3
1340



  90


1350
  51[3]
  51


  9,5[3]

1400
  45
  45

  65
  8,0

10,4
25,8
1450
  60
  60


  8,8

1500
  69
  69
  84
  84
10,0
  9,0
13,4
29,0
1550
  78
  78
  97

11,6
11,5
1600
  89
  89
111
111
13,3
13,5
17,8
42,9
1650
100
100
112

11,5
11,7
1700
115
115
141
125
13,4
13,6
19,0
43,5
1750
140
140
171
146
15,5
15,8
1800
188
188
234
195
18,1
18,3
29,2
58,3
1850

266
348
288

24,7
41,8
83,9
[1] Decremento demografico dovuto anche alla peste (detta giustiniana, o Peste di Giustiniano) nel bacino del Mediterraneo del 541-542-543. Altre ondate di peste si hanno fino alla fine del 767 (poi la peste scompare, in Europa, per ca. sei secoli e oltre, fino al 1348).
[2] Si situa all’altezza dell’VIII secolo, nel periodo carolingio, l’incremento demografico che sarà smesso all’altezza del 1348.
[3] Decremento demografico dovuto alla peste del 1348 (v. infra).

Tabella . Fonte: i dati derivano da Bellettini 1973, p. 497; Bennett 1954, p. 9; da Livi Bacci 1998, pp. 14-15 (nella tabella del testo i dati dell’Europa sono dati senza Russia e quelli della Russia sono su altra colonna; qui si riportano i dati aggregati con la Russia a partire dal 1700; per il periodo 1500-1650 i dati della Russia non sono conosciuti); da Biraben 1979, p. 16 (nella tabella del testo i dati dell’Europa sono dati senza Russia e quelli della Russia a seguire; qui si riportano i dati aggregati; cfr. anche i dati aggregati in Biraben 2003, p. 2); i dati sulla densità derivano da Malanima 2003, p. 11.

Da valutare sempre il fatto che i margini di errore delle stime, nei secoli centrali del Medioevo, sono pari a un 50% in più o in meno, quelle del XVI secolo sono pari a un 20% in più o in meno, quelle del XVIII secolo a un 10% in più o in meno, del 5% per il XIX secolo; dunque le stime offerte sono sempre stime fortemente congetturali[140].

TIPOLOGIA DELL’ANALISI

L’analisi che segue è nell’informazione su accadimenti, logiche di sviluppo, formazioni economico-sociali e altro, con modalità descrittive, come si vedrà, via via diverse, che vanno dal III secolo agli inizi del XIX secolo. Le informazioni-chiave saranno poi reperite in quelle soglie di passaggio tra una lunga durata (il modo di produzione schiavile, che finisce all’altezza del X secolo) e le altre (il modo di produzione feudale per i secoli XI-XV, quello moderno, proto capitalistico che copre i secoli XVI-XVIII e quello primo capitalistico per il secolo XIX), mentre le informazioni generali terranno conto dei livelli dei ritmi diacronici che, tra gli altri, s’intersecano in uno stesso contesto storico dato; vale a dire il livello della lunga durata, che rimanda allo spessore della vita materiale e riguarda i modi di essere biologici di una popolazione, dunque lo sviluppo delle tecniche di sussistenza (condizioni biologiche e demografiche, volendo la descrizione dell’alimentazione, delle malattie e dei numeri dei vivi e dei morti); il livello delle strutture economiche e delle  modalità di esistenza, che solitamente hanno un movimento ciclico, cioè quello delle congiunture e delle fluttuazioni. Riguarda, dunque, la struttura economica di una popolazione, ossia i modi che essa possiede per potere organizzare la produzione e gli scambi (rapporti di produzione e di mercato), inclusi tra questi le possibilità di accesso agli alimenti; il livello, infine, delle tensioni sociali, che riguarda il corpo collettivo nel suo essere attore sociale, come dire che prende in considerazione i modi di aggregazione dei gruppi sociali (rapporti spesso conflittuali tra ceti egemoni e proprietari e ceti subalterni). Questo, si ripete, nell’arco diacronico tra il III secolo e gli inizi del XIX secolo, giusto il periodo di transizione da un’economia precapitalistica (schiavile, feudale e moderna) a quella capitalistica per eccellenza (l’iniziale periodo del factory system, o sistema di fabbrica).

CONCETTI, CONSTATAZIONI

I CONTADINI

Come visto, data l’importanza dell’alimentazione, dunque, si dovrà analizzare, e sempre per il periodo che ci interessa, il ruolo sostenuto dai contadini nella produzione alimentare all’interno di una data formazione economico-sociale. Per questo, escluse le variabili geografiche, pedologiche, climatiche, demografiche, dei contadini, sono indicati a seguire i possibili criteri per individuare la figura-tipo del contadino, criteri che in seguito saranno poi adattati al mutare del contesto storico (III-XIX secolo). Il contadino è analfabeta[141]; è membro di una parrocchia che lo iscrive sin dalla nascita alla cristianità (cioè alla res publica christiana, questo a partire dal IV secolo)[142]; è, volente o non volente, stanziale (ossia è radicato in una comunità rurale locale[143]); è un lavoratore che produce beni vegetali (agricoltura) e beni animali (allevamento); produce i suoi beni all’interno di un’unità economica, che nell’evoluzione storica (fino all’VIII secolo) è prima molto, poi relativamente o poco auto-sufficiente; usa l’aratro per il lavoro[144] dei campi (ciò che lo differenzia dal bracciante[145]), cioè lavora la terra, ciò che lo distingue dal proprietario fondiario che, ad esempio, concede in affitto le terre ai contadini (è, questo, il sistema economico curtense, derivato dalla villa romana[146], con le sue evoluzioni); è aiutato nel lavoro dei campi dalla famiglia e, nei momenti di grande lavoro, dai membri della collettività in cui vive o, se economicamente a lui possibile, da forza-lavoro da lui dipendente (ad esempio, i cotarii o bordarii, cioè i servi che lavorano come operai agricoli al servizio di qualcuno[147]). Inoltre, come si vedrà, non può permettere che la sua unità economica possa scendere di sotto a una data dimensione (pena la perdita della molta o relativa autarchia; se nella produzione, ad esempio, prevale l’allevamento, l’unità economica originaria è distrutta poiché la produzione è indirizzata al mercato) o crescere al di sopra di una data dimensione (pena l’insufficienza della forza-lavoro disponibile e la presenza di problemi organizzativi riguardanti l’efficienza e la funzionalità dell’unità economica). Rispetto alla mentalità lavorativa, se non vede o ricava vantaggi da un mutamento produttivo, preferisce la razionalità presente nel vecchio sistema produttivo. I contadini, ancora, in età tardoantica, medievale e moderna, rappresentano il gruppo principale (tra il 90-95% ca. dell’intera popolazione) all’interno di un contesto economico e sociale fondato sulla divisione del lavoro in cui rientrano, con gradienti diversi secondo il contesto storico, artigiani e mercanti[148]. È quella che è stata chiamata peasant society (società contadina), una società che presenta definitivamente, una volta arrivati all’altezza dell’XI secolo, oltre ai villaggi contadini, anche mercati e città morfologicamente tali; dunque una società in cui interagiscono tra loro l’urbano e il rurale, ognuno, almeno fino al XVIII-XIX secolo, con una relativa autonomia via via sempre più sfumantesi. Una società, ancora, dove sono dominanti i non-contadini, vale a dire i signori fondiari o territoriali, laici ed ecclesiastici, con le loro mutazioni sempre sì legate a un percorso storico, ma anche saldamente legate al concetto di proprietà, date ovviamente le sfumature del concetto che si presentano via via (ad esempio, i diritti di possesso o proprietà, in epoca medievale, sono concetti tra loro giuridicamente distinti, dipendendo i primi da una gerarchia di diritti che premia coloro che stanno in alto). I non-contadini, infatti, vantano pretese nei loro confronti; inizialmente queste pretese avranno una forma aurorale, poi, a partire dall’VIII secolo, queste forme saranno di sfruttamento, di estorsione di quel quid (che sarà teoricamente precisato nel testo a seguire), che produce la differenziazione sociale, sfruttamento che sarà, in gradi diversi, legato poi alla coercizione (ad esempio quello, in periodo Alto-Basso medievale e Moderno, di imporre sanzioni se queste pretese non sono soddisfatte[149]); come dire, ancora, che è fondante la società da un lato il ventaglio delle forme di proprietà (legittimate giuridicamente a posteriori, ossia che sono tali prima de facto e poi de jure), dall’altro il rapporto di subordinazione dei contadini (ad esempio, al proprietario della curtis o del feudo, giacché questi gli concede sì diritti d’uso delle terre, ma con l’obbligo di fornire servizi, o corvées o angarìe, e tributi o censi). Questa differenziazione sociale coatta, infine, si presenterà come plurisecolare, ossia influenzerà pesantemente la storia dell’Europa fino al XVIII-XIX secolo. A partire dall’VIII secolo, ancora, il contadino lavora in un paesaggio agrario via via di sempre più  diffusa cerealicoltura e coltiva le terre in modo più intensivo, e in alcuni territori manifesta la propensione per una transizione dalla rotazione biennale a quella triennale (largamente diffusa poi a partire dal Basso medioevo); con l’introduzione della rotazione triennale, che non depaupera eccessivamente il terreno, egli introduce nel villaggio i campi aperti, ciò che dà origine ad un regime agrario, del quale qui si indica il percorso iniziale, basato sullo sviluppo delle comunità di villaggio; con l’aumento della produzione agricola da lui e da altri (i signori di banno) dinamicamente promossa, cui è pari l’aumento della popolazione rurale e urbana, può poi ampliare gli insediamenti (basandosi quasi sempre su mezzi dati dal proprietario fondiario) iniziando opere di bonifica e di dissodamento (secoli IX-XIII)[150] con l’ausilio delle innovazioni tecnologiche, dando così origine a nuove stanzialità che si allargano a tutta l’Europa occidentale e centro-orientale e che, tra gli effetti collaterali e grazie ai privilegi concessi ai e dai colonizzatori, portano fondamentalmente alla liberazione dal servaggio di una parte della popolazione rurale e a una riduzione significativa dei diritti padronali. Questo regime agrario (che impiega in media 3/4 o 4/5 della forza-lavoro disponibile in agricoltura[151]), inizialmente colto nel periodo Tardoantico, Alto e Basso medioevo (secoli III-XIII), basato sulla signoria fondiaria (o prediale) prima e sulla signoria territoriale di banno  (o signoria bannale) poi, dunque sul regime dominicale con le sue evoluzioni, sulla rotazione triennale e sull’ordinamento comunitario dei villaggi, o sull’incastellamento, sposta poi il baricentro economico, la centralità continentale, dal Sud mediterraneo (con il collasso economico del Meridione[152]) al Nord-Ovest, e già a partire dall’VIII secolo sotto i Carolingi[153]. E, nonostante che il fattore limitante dello sviluppo economico non stia tanto nella disponibilità di forza-lavoro agricola, quanto nell’assenza di disponibilità di terra (nel senso che la terra c’è, ma mancano i requisiti e le condizioni per portarla in certe zone dallo stato brado a quello fertile e coltivabile, oppure, là dove la terra è già coltivata, questa non è pienamente sfruttata anche a causa di cognizioni agronomiche e tecnologie relativamente stagnanti[154]; disponibilità di terra che da sola, si ricorda, con l’aumento della produttività, potrebbe sottrarre forza-lavoro contadina alle campagne e destinarla ad altre attività produttive, come lentamente avverrà nel corso del tempo); nonostante, ancora, i numerosi mutamenti e le dissoluzioni che seguono l’Età medievale, e di cui a seguire si darà conto, questo regime agrario cui è pari, in linea di massima, un predominio rurale[155], si conserverà nelle sue strutture fondanti (e nonostante lo spostamento mercantile del baricentro economico sull’Atlantico nel XVI e XVII secolo) sino alle soglie dei secoli XVIII-XIX[156]. È poi vero che l’Europa fino ai secoli XVIII-XIX ha prodotto sul proprio suolo i principali mezzi di sussistenza (cereali, carne[157]), ma dopo tale data la mutazione industriale la farà dipendere da una divisione internazionale del lavoro che farà sì che questi mezzi di sussistenza siano prodotti in regioni extra-europee quali gli Stati Uniti, il Canada, l’Argentina, la Russia, la Siberia, l’Uruguay, la Nuova Zelanda e l’Australia etc., e proprio quando la navigazione a vapore assicurerà il grande trasporto a collettame. Ciò non vuol dire che prima non esistesse una divisione del lavoro, giacché fin dall’XI secolo e seguenti l’Europa orientale ha fornito di cereali l’Europa occidentale (il che indica che ha già preso forma un mercato sovra-nazionale, con la divisione del lavoro che ciò comporta), vuol solo dire che nel XIX secolo si affermerà e generalizzerà la divisione del lavoro internazionale, insomma la creazione di un mercato e di una nuova stratificazione sociale che a questo fenomeno sarà pari[158]. Sino a quando l’industrializzazione, sussumendo in sé l’agricoltura nel suo prepotente démarrage, da struttura produttiva che è stata per una pluralità di secoli dominante, la ridurrà definitivamente a struttura ancillare, sussidiaria.

ECCLESIASTICI, ARISTOCRATICI E CONTADINI

Nel testo a seguire si parlerà ancora di contadini, ma anche di aristocratici e di ecclesiastici. Ora, per potere valutare correttamente la valenza semantica di questi termini (nel periodo tra l’VIII e l’XI secolo) sono necessarie alcune precisazioni, rozze, date a grandi linee, ma necessarie. La prima è che se esiste una netta linea di demarcazione tra uomini liberi e non liberi, questa non esiste prima dell’VIII secolo tra contadini e quelli che in seguito saranno definiti come aristocratici. Nel latino altomedievale esiste il termine potentiores, che indica i più potenti, per esempio coloro che vestono, mangiano in modo diverso dagli altri, e in più hanno un seguito militare e sono associati al re. E qui la seconda constatazione: è un dato di fatto che qualunque contadino libero che abbia accumulato terra e che sia noto al re, è potenzialmente e informalmente un potentior. Contano, qui, non speciali dispositivi legislativi (come sarà in seguito), ma le proprietà fondiarie accumulate e la capacità, che da queste dipende, di potere controllare le persone (ad esempio, gli affittuari, i contadini non liberi, insomma i non ricchi, o il seguito militare); che è dire che la posizione sociale che rimanda a uno status elevato non è ancora legata a uno specifico potere legale, come mostra, ad esempio, il fatto che tutti gli uomini liberi, dal V al IX secolo, possono partecipare alle pubbliche assemblee locali (placita) in cui si amministra la giustizia del re. In periodo carolingio (VIII-IX secolo) questi potentiores, grazie alle guerre di espansione territoriale (cioè di rapina), diventano ancora più ricchi e, ad alcuni di loro, il re assegna dei comitati (e chi governa questi territori è chiamato conte) o delle marche (e chi governa questi territori è chiamato marchese, v. infra), ciò che permette ad ogni potentior di ampliare illegalmente i suoi domini territoriali, di accumulare ricchezze, ossia di accumulare più potere. Sempre nell’VIII secolo (il secolo che sarà di svolta per i mutamenti economici e sociali a venire) vi è la propensione, da parte dei potentiores, a fondare propri monasteri e a dotarli di proprietà fondiarie, cui si accumulano le donazioni di tutti gli strati della popolazione (tra il 750 e l’820 le donazioni a monasteri e chiese fanno sì che i beni fondiari della Chiesa arrivino a un terzo ca. di tutta la terra disponibile nell’Impero carolingio), ciò che fa emergere il potere degli abati e dei vescovi (questi spesso provenienti dalla fascia ricca e potente della popolazione), come pari a quello dei potentiores laici. Fino alla fine del IX secolo il potere gestito localmente da questi potentiores non è sancito legalmente (è un potere de facto); infatti, bisogna aspettare l’indebolimento dell’autorità regia dei Carolingi, che si ha a partire dal X secolo, affinché questo potere assuma uno statuto legale, legalità autoproclamantesi che si ha quando la patrimonializzazione e l’ereditarietà dei comitati, delle marche etc. diventa anche ereditarietà dei poteri giudiziari connessi al territorio degli ex-funzionari regi (conti, marchesi etc.), quando cioè il potere giuridico (ossia i dispositivi legislativi che lo traducono), è gestito direttamente dai potentiores stessi (è un potere de facto e de iure; v. infra). Per non parlare della nascita, nell’XI secolo, dell’autonomo potere delle signorie territoriali di banno che si esercita là dove è presente il fenomeno dell’incastellamento (v. infra). La terza constatazione è dunque nel sottolineare come una ristretta fascia di contadini, grazie alle proprietà fondiarie ottenute con la guerra, con i soprusi nei confronti dei contadini proprietari o con lo sfruttamento coercitivo, presente già a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo, della forza-lavoro contadina (per l’alto clero, con l’origine sociale e le donazioni), e grazie ai poteri a queste proprietà connesse, è definibile all’altezza dell’XI secolo come aristocratica[159]. Come dire che, assieme a un ceto emergente, proveniente dallo strato contadino, ma da esso differenziato grazie a dinamiche economiche e sociali (quali, ad esempio, quelle promosse dal potere coercitivo del proprietario terriero sui contadini nel sistema curtense, v. infra), nasce anche una nuova struttura politica fortemente radicata a livello locale, l’aristocrazia (e questo nel mentre, in ambito urbano, e specialmente in Italia, nascono altre stratificazioni sociali dettate da inedite spinte economiche). Il tutto, ovviamente, legittimato nel corso del tempo da pratiche ideologiche, quali la tripartizione cetuale in ordini (oratores, bellatores e laboratores, v. infra) e simboliche, quali ad esempio il giuramento di fedeltà (v. infra), che ben presto si tradurranno, grazie ai sopra detti dispositivi legislativi che ratificano questa realtà di fatto (ma grazie anche alla volontà di conservazione, di prepotenza e di miglioramento in termini di terre, ricchezze e potere), in una superiorità sociale che è, oltre che formalizzata, ritenuta da questo strato sociale anche biologica (infatti, già nel XII-XIII secolo è impossibile, perché ritenuto oltraggioso e illegale, per un contadino ricco diventare in modo informale, un potentior, un aristocratico, come poteva accadere in precedenza; se mai solo la produzione di ricchezza attraverso il commercio permetterà, in seguito, l’assimilazione con l’aristocrazia del ceto mercantile di seconda o terza generazione). Per il caso dei cavalieri, v, infra.

IL LAVORO

Si è parlato, sopra, del lavoro del contadino. Riguardo al concetto di lavoro nel Medioevo sono però necessarie delle constatazioni, questo nel senso di acquisire cognizioni su di una realtà dove l’area semantica legata al lavoro varia nel tempo, con slittamenti di significato che, solo verso il XII secolo, iniziano a presentarci il concetto di lavoro inteso come fatica (labor), concetto che si affermerà nel XVI secolo. Prima e dopo il XII secolo il concetto di lavoro, dunque, si modifica radicalmente nel senso che prima tutti erano lavoratori (anche se la parola lavoro non esisteva), dopo emerge la figura del lavoratore strettamente identificato come colui che fa fatica, che lavora con le mani; il che vuol dire che prima l’area semantica legata al lavoro investe tutta la società, senza differenziazioni, dopo rimanda a un’area della società che si identifica solo con i settori di chi produce e di chi trasforma (e il nostro concetto di lavoro è con quest’ultimo aspetto che ha familiarità). Cerchiamo, dunque, di vedere com’è avvenuta questa modificazione concettuale, questo attraverso l’illustrazione di alcune aree semantiche della lingua d’epoca, il latino dei documenti medievali[160].
Per indicare l’agire, il fare, cioè il portare a compimento un’opera si usano i termini opus (opera, lavoro), operare (lavorare, essere attivo), operatio (l’atto dell’operare), e questi termini possono essere utilizzati per qualsiasi forma di lavoro, in quanto questa è un’area semantica neutra. Se si vuole poi sapere se questo lavoro è legato o meno a un profitto è necessario aggiungere un aggettivo che ha, però, un valore puramente descrittivo, ad esempio opus manuale, opus mechanicum, opus divinum. Per indicare chi svolge un lavoro professionalmente impegnativo si parla di artifex (chi esercita un’arte, ossia l’artefice), e di questi, per sottolinearne l’attenzione e l’abilità nel svolgere un lavoro, si parlerà di cura (impegno, zelo, diligenza), industria (attività, operosità), ministerium (mestiere, al servizio di Dio o di un signore, dunque ministerio religioso o militare), ars (l’ultimo termine, arte, è il più usato e lega la qualità della prestazione alla professione, ossia alla capacità di agire e di produrre sulla base di regole e di pregresse esperienze conoscitive e tecniche). I risultati ottenuti grazie al lavoro rimandano a laborare, e labor, come detto, è il lavoro fatto con fatica e i laboratores sono i lavoratori nel senso più ampio del termine[161]. Il lavoro è poi, dalla Chiesa, considerato abietto sul piano morale, nel senso che respinge gli individui che faticano (specie quelli che fanno i contadini) sulla base di quanto dice la Bibbia (Genesi, 3,17-19) a proposito della Caduta: nell’Eden Adamo lavora (operat); scacciato dall’Eden e punito, Adamo fatica (laborat)[162].
Già a partire dall’età carolingia, il lavoro (labor), però, smette di essere considerato quella maledizione che è presente nella Genesi (ma già la Chiesa sa da tempo che solo l’opus manuum, il lavoro delle mani, spinto ai limiti della resistenza umana, è in grado di porre resistenza alle tentazioni della carne) ed è visto quale destino naturale del cristiano. Ne consegue una riclassificazione di ciò che sta alla base di una coesione sociale in fase di trasformazione, data questa da un contesto economico che a partire dall’VIII secolo è in profondo mutamento (mutamento evidente a partire dal Mille, v. infra), ossia la definizione di qual è il nuovo ruolo degli individui all’interno di un nuovo Ordine. Ne nasce una tripartizione, o uno schema trifunzionale, elaborata con costanza dai teologi dopo l’XI secolo, di tutti i lavoratori dove l’appartenenza a un ordine o all’altro è data dalla tipologia del lavoro svolto, sottinteso con fatica; abbiamo così coloro che si consacrano alla preghiera e al pastorale (cioè a quei mezzi pratici necessari per potere attuare gli insegnamenti della Chiesa) in vista della Salvezza del genere umano, o oratores; coloro che maneggiano le armi e difendono gli uomini (dai soprusi) e la Chiesa (dagli infedeli), cioè per il mantenimento della Pace all’interno della società, o bellatores e, infine, coloro che agiscono con le loro mani, liberi e servi, per il mantenimento dell’intera società, o laboratores. Questi tre ordini (dove, ruotando, due ordini sono sempre al servizio funzionale del terzo), che ideologicamente strutturano e legittimano un Ordine tra gli individui che è voluto da Dio stesso, mostrano anche (ed è questo che ci interessa) come sia cambiata la formazione economico-sociale preesistente e come sia nata la nobilitazione di un lavoro che prima era abietto, ma che ora piace a Dio. S’introietta così nella mentalità comune il fatto che il lavoro è una forma naturale di obbedienza a Colui che questo Ordine ha voluto in terra, e che concorre a innalzare il fedele verso Dio; la fatica, dunque, diventa fonte di liberazione individuale e di presa in carico delle responsabilità nel lavoro da parte dell’uomo, tanto che la Chiesa condanna i peccati che lo snaturano (e che sono classificati tra i peccati capitali). Vale a dire, negli oratores la mancanza di carità (avaritia) che induce all’amore per i beni terreni e pertanto disconosce i valori della preghiere e del pastorale; nei bellatores l’orgoglio della forza bruta (superbia) che offende il Creatore in quanto l’abitua nel disconoscere d’essere creatura di Dio e a lui subordinata e gli impedisce l’attenzione armata della Chiesa e di tutti i fedeli; nei laboratores la bramosia per i beni materiali (gula) che li distoglie dal loro ruolo di mantenimento degli altri due ordini.



[1] Cfr. Cherubini 1988, p. 128
[2] Cfr. Cherubini 1988, p. 128.
[3] Cfr. Rösener 1995, trad. it 2008, pp. 42-45, pp. 74-75, pp. 198-210; Cherubini 1988, pp. 132-133.
[4] Cfr. Malanima 2003, p. 88.
[5] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 78-80. V. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 82-86; Malanima 2003, p. 85, pp. 88-91.
[6] Cfr. Delort 2004, p. 55.
[7] Cfr. Heers 1965, trad. it. 1973, pp. 16-18.
[8] Per una tipologia e una geografia delle varie modalità di rotazione, v. Slicher van Bath 1963, trad. it.1972, pp. 338-352.
[9] Queste sono le rotazioni principali, per altre tipologie, v. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 338-339. V. anche Rösener 1995, trad. it 2008, pp. 34-36.
[10] Cfr. Cherubini 1988, p. 134.
[11] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 187-188.
[12] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 184.
[13] Cfr. Cherubini 1988, p. 134.
[14] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 44, p. 189.
[15] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 188, p. 189.
[16] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 188.
[17] Cfr. Bordone e Sergi 2009, pp. 344-345
[18] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 353.
[19] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 186.
[20] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 186.
[21] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 355-356.
[22] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 357-359.
[23] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 345; Cherubini 1988, p. 135.
[24] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 379.
[25] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 172, p. 345.
[26] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 186.
[27] Sulle rese delle colture, v. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 388-390, la Tavola 2 sui rapporti sementi/prodotto nel Medioevo (pp. 488-489) e la Tavola 3 sui rapporti sementi/prodotto dopo il 1500 (p. 491).
[28] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 80-81, p. 335. V. Malanima 2003, p. 90.
[29] Cfr. Malanima 2003, p. 11.
[30] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 167. V. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 45.
[31] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 355, p. 377.
[32] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 185-186.
[33] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 363, p. 477, nota 503. Per la concimazione in generale v. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 352-363. Cfr. Rösener 1995, trad. it. 2008, p. 283
[34] Cfr. Cipolla 1974, trad. it. 1977, pp. 34-36.
[35] Cfr. Heers 1965, trad. it. 1973, pp. 29-31.
[36] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 158, p. 160; Livi Bacci 1987, pp. 119-125; De Bernardi e Guarracino 1993, sub voce ‘cereali’. V. Malanima 2003, p. 206, pp. 208-209.
[37] Cfr. Maggio e Pini 1987, pp. 27-28.
[38] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 72-101; Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 187. V. Maggio e Pini 1987, pp. 30-33.
[39] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, p. 75. V. Maggio e Pini 1987, p. 47.
[40] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, p. 74.
[41] V. Maggio e Pini 1987, p. 46.
[42] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 187.
[43] Cfr. Montanari 2010, p. 42.
[44] V. Maggio e Pini 1987, p. 48.
[45] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 75-76, pp. 102-113; Malanima 2003, p. 87. V. Maggio e Pini 1987, pp. 40-42.
[46] Sulla storia e geografia del grano saraceno, v. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 366-367.
[47] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 113-119.
[48] Cfr. Rösener 1995, trad. it. 2008, pp. 221.
[49] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, p. 116.  V. Maggio e Pini 1987, p. 44; Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 368.
[50] Sulla geografia dei cerali e delle loro misture, v. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 364-366.
[51] Cfr. Montanari 2010, pp. 41-43.
[52] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 142, p. 158.
[53] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, p. 77.
[54] Cfr. Montanari 2010, p. 127.
[55] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 77-78; Bordone e Sergi 2009, p. 292; De Bernardi e Guarracino 1993, sub voce ‘legumi’.
[56] V. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 479, nota 526.
[57] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 241; Maggio e Pini 1987, pp. 55-56.
[58] Cfr. Montanari 2010, pp. 132-134.
[59] Sul patrimonio zootecnico in età precapitalistica, v. Cipolla 1974, pp. 137-142.
[60] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 427.
[61] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 390-391. V. Pirenne 1963, trad. it. 1997, pp. 161-162. 
[62] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 193-195.
[63] Per una storia e una geografia delle piante foraggere, v. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 363, pp. 384-387.
[64] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 410.
[65] Cfr. Montanari 2010, p. 204, p. 210.
[66] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, p. 138; Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 116.
[67] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 147-148; Maggio e Pini 1987, p. 227.
[68] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 116-117, p. 118; Montanari 2004, p. 151; Schivelbusch 1980, trad.it. 1999, p. 30.
[69] Per la macellazione del bestiame, v. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 225-226.
[70] Cfr. Livi Bacci 1998, pp. 125-128. V. Montanari 2004, p. 23; Montanari 2010, pp. 96-97.
[71] Cfr. Montanari 2010, pp. 77-79. V. Schivelbusch 1980, trad.it. 1999, pp. 3-5; Braudel 1967, trad. it. 1977, p. 159.
[72] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 256; Maggio e Pini 1987, p. 87.
[73] Cfr. Delort 2004, pp. 57-58.
[74] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 133-139 . V. Rösener 1995, trad. it. 2008, pp. 221-222.
[75] Cfr. Montanari 2010, pp. 93-96, p. 131.
[76] Cfr. Malanima 2003, pp. 203-206.
[77] V. Bordone e Sergi 2009, p. 295.
[78] Cfr. Montanari 2010, pp. 31-32.
[79] Cfr. Montanari 2004, pp. 20-22, pp. 25-27. V. Rossiaud 1988b, pp.186-187; Bordone e Sergi 2009, pp. 293-294.
[80] Cfr. Montanari 2010, pp. 206-208.
[81] Cfr. Bordone e Sergi 2009, p. 291; Montanari 2010, p. 39, p. 43, p. 83, p. 84, pp. 98-99.
[82] Cfr. Maggio e Pini 1987, p. 69.
[83] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 138. V. Montanari 2010, pp. 99-103.
[84] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad.it. 1972, p. 116; Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 151-157; Malanima 2003, p. 206; Montanari 2010, pp. 98-103.  V. De Bernardi e Guarracino 1993, sub voce ‘bovini’, ‘ovini e caprini’ ‘pesci’, ‘suini’.
[85] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 407.
[86] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 148-151; Montanari 2010, p. 205.
[87] Cfr. Malanima 2003, p. 205.;
[88] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad.it. 1972, p. 339.
[89] Cfr. Montanari 2010, p. 98, pp. 104-115, p. 120. V. Montanari 2010, p. 98, pp. 115-118.
[90] Cfr. Schivelbusch 1980, trad.it. 1999, p. 4.
[91] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 46-48.
[92] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 190-191.
[93] Cfr. Heers 1965, trad. it. 1973, pp. 32-34.
[94] Per le tecniche della viticoltura e della vinificazione, v. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 191-193.
[95] Sulla produzione vinicola francese, v. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 257-228.
[96] Cfr. Rösener 1995, trad. it 2008, pp. 112-113. V. Pirenne 1963, trad. it. 1997, pp. 171-173. 
[97] Cfr. Cherubini 1988, pp. 135-136.
[98] Cfr. Malanima 2003, p. 210; Bordone e Sergi 2009, p. 293; Montanari 2010, pp. 151; Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 168-172.
[99] Cfr. Montanari 2010, pp. 151-152.
[100] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, p. 173; v. pp. 172-175; v. De Bernardi e Guarracino 1993, sub voce ‘birra’.
[101] V. Maggio e Pini 1987, p. 46.
[102] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 252.
[103] Cfr. Le Goff 2004a, p. 576; Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 363. pp. 375-376.
[104] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 376-377. V. Fourquin 1979, trad. it. 1987, pp. 256-277.
[105] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 377-379.
[106] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 379-380.
[107] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 382-384.
[108] Cfr. Le Goff 2004a, p. 576; Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 363. p. 376.
[109] Cfr. Livi Bacci 1977, pp. 11-15; Livi Bacci 1993, pp. 3-9, pp. 87-90; Bellettini 1987, pp. 6-8; Malanima 2003, pp. 14-21, 23-27, 29-39; Cipolla 1974, pp. 206-211; McNeill 1976, trad. it. 1981, pp. 203-206; Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 107-133.
[110] V. Montanari 2010, pp. 180-184.
[111] Cfr. Braudel 1967, trad. it. 1977, p. 26-27.
[112] V. Berlioz 2004,p. 435.
[113] V. Livi Bacci 1993, pp. 150-156.
[114] V. Cipolla 1974, p. 202;  Cipolla 1974, trad. it. 1977, pp. 88-89.
[115] V. Rossiaud 2004, pp. 1045-1046; Schmitt 2004, pp. 201-202, p. 203.
[116] Cfr. Guerreau 2004, p. 425.
[117] V. Livi Bacci 1998, pp. 139-150; Cipolla 1974, p. 202, pp. 204-205; Solé 1976, trad. it. 1979, pp. 5-43.
[118] V. Flandrin 1982, trad. it. 1983, pp. 139-157; Rossiaud 2004, pp. 1051-1053; Solé 1976, trad. it. 1979, pp. 45-83.
[119] V. Cipolla 1974, p. 202, p. 204.
[120] V. Rossiaud 1982, trad. it. 1983, pp. 98-123; Rossiaud 1988a, trad. it. 1995; Rossiaud 2004, p. 1051; Solé 1976, trad. it. 1979, pp. 222-235.
[121] V. Cipolla 1974, p. 205.
[122] V. Cipolla 1974, p. 205; Rossiaud 2004, pp. 1053-1055.
[123] V. Livi Bacci 1998, pp. 162-169; Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 115.
[124] V. Rossiaud 2004, p. 1049; Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 368.
[125] Cfr. Livi Bacci 1998, p. 139, p. 150, Solé 1976, trad. it. 1979, pp. 207-221. Ma v. Cipolla 1974, p. 204. Sulle nascite illegittime tra il XVI e il XIX secolo, v. Flandrin 1975, trad, it. 1980, pp. 209-220. Sulla sessualità medievale, v. Rossiaud 2004, pp. 1041-1058; sulla sessualità moderna (secoli XVI-XIX) in ambiente contadino, v. Flandrin 1975, trad, it. 1980, in generale, v. Solé 1976, trad. it. 1979.
[126] Cfr. Livi Bacci 1998, pp. 142-143.
[127] V. Braudel 1967, trad. it. 1977, pp. 43-47.
[128] Cfr. Livi Bacci 1987, p. 9, pp. 59-62.
[129] Cfr. Livi Bacci 1987, pp. 151-155.
[130] Cfr. Livi Bacci 1987, pp. 152-153. V. Malanima 2003, p. 203; Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972,  p. 116; Montanari 2010, pp. 181-182.
[131] Cfr. Slicher Van Bath 1963, trad. it. 1972, p. 255.
[132] Cfr. Malanima 2003, pp. 212-213.
[133] Gli schemi sono ripresi integralmente da Livi Bacci 1987, p. 24.
[134] Cfr. Livi Bacci 1987, p. 149, nota 70.
[135] Cfr. Cipolla 1974, p. 18, p. 97, p. 99, pp. 206-210.
[136] V. Malanima 2003, pp. 36-39.
[137] V. Livi Bacci 1998, p. 270, Note, 4.
[138] Cfr. Livi Bacci 1987, pp. 155-160; Del Panta 1980, p. 110.
[139] Cfr. Rémésy 1994, trad. it. 1996, pp. 19-20, pp. 116-119 .
[140] Cfr. Malanima 2003, p. 5, nota 10; Livi Bacci 1998, p. 264, Note, 1.
[141] Cfr. Cherubini 1988, p. 150.
[142] Cfr. Cherubini 1988, p. 139.
[143] Cfr. Cherubini 1988, p. 139.
[144] Sul concetto di lavoro in età medievale, v. Fossier 2000, trad. it. 2002, pp. 5-18.
[145] Cfr. Fourquin 1979, trad. it. 1987, p. 180.
[146] Cfr. Pirenne 1925, trad. it. 1995,p. 33.
[147] V. Pirenne 1963, trad. it. 1997, p. 76.
[148] Sulle stime della popolazione impegnata in età precapitalistica nell’agricoltura (che non coincide con la popolazione rurale nel suo complesso, essendovi anche in campagna altre attività, ad esempio artigianali etc.), v. Cipolla, pp. 108-109, p. 111, pp. 124-125.
[149] Cfr. Rösener 1995, trad. it. 2008, pp. 12-14.
[150] Cfr. Montanari 2010, pp. 48-49.
[151] V. Cipolla 1974, pp. 109-110.
[152] Cfr. Carandini 1993, p. 24.
[153] Cfr. Pirenne 1925, trad. it. 1995, pp. 21-22; Wickham 1998, p. 217.
[154] Cfr. Livi Bacci 1998, pp. 19-20.
[155] V. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1972, pp. 330-331.
[156] Cfr. Rösener 1995, trad. it 2008, pp. 29-37, p. 54, p. 56, pp. 66-69, p. 78, pp. 83-85.
[157] Per quanto riguarda, per il periodo precapitalistica, il consumo di cereali, v. Libi Bacci 1998, pp. 67-70; per il consumo di carne, v. Livi Bacci 1998, pp. 70-72.
[158] Cfr. Slicher van Bath 1963, trad. it. 1973, pp. 21-22, p. 24, p. 330.
[159] Cfr. Wickham 1998, pp. 213-216.
[160] Cfr. Fossier 2000, trad. it. 2002, p. VII, pp. X-XI.
[161] Cfr. Fossier 2000, trad. it. 2002, pp. 5-8.
[162] Cfr. Fossier 2000, trad. it. 2002, p. 7, p. 12.

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