LE FORME DEL COMANDO


SUL POTERE

Prenderemo ora in considerazione la questione delle forme del comando, ossia del controllo esercitato, come detto, dal lavoro improduttivo sulla riproduzione sociale delle condizioni di produzione, questo analizzando quali tipi d’istanze permettono un’organizzazione politica della società. In prima istanza parleremo del potere[1] e dei rapporti di potere. Storicamente parlando, il rapporto di potere può presentarsi sotto due forme, come:

1.     rapporto di dominio, nel caso in cui chi l’esercizio del potere sia legato all’uso della forza e della coercizione (per esempio quando assume forme autoritarie e totalitarie);
2.     rapporto di autorità, nel caso in cui l’esercizio del potere sia legato al consenso dei dominati.

Forme storiche del rapporto di autorità sono poi:

1.     il potere carismatico, dato da una legittimazione dovuta al valore esemplare, paradigmatico, dei dominanti. È il potere tipico delle società tribali;
2.     il potete teocratico, dato da una legittimazione dovuta ai legami che i dominanti intrattengono con una divinità (essi, oltre ad esserne vicari, ne sono una epifania). È il potere tipico delle società semplici, e chi detiene questo potere ha una natura anfibia in quanto partecipa e della comunità umana e di quella divina (che lo svincola dagli obblighi nei confronti della comunità umana);
3.     il potere giuridico-istituzionale, dato da una legittimazione ai dominanti dovuta alle forme di rappresentanza dei dominati È il potere tipico delle società complesse.

Questo è dire, affermare, che il potere come termine rimanda ad una nozione astratta, quella di egemonia, che, incarnata nelle istituzioni, nei ruoli sociali e nelle vite individuali, produce effetti pratici. in quanto:

1.     divide la società, ossia la polarizza dando origine a una rapporto (rapporto di potere) tra gli strati egemoni (coloro che esercitano il potere) e gli strati subalterni (coloro che subiscono l’esercizio del potere)[2];
2.     implica sempre, in proporzioni diverse, da un lato la forza e la coercizione, dall’altro l’interiorizzazione (attraverso gli apparati ideologici[3]), la legittimazione, il consenso;
3.     attraversa la stratificazione sociale, i gruppi etnici, le classi di età e di sesso, i rapporti fra gli individui, ossia presenta i suoi effetti ovunque (tanto  nella vita pubblica quanto nella vita privata);
4.     è indice di un rapporto tra diseguali, ossia è un fattore auto-perpetuantesi di disuguaglianze all’interno della società.

Qui però ci interessa il potere in quanto incarnato nelle istituzioni, o potere istituzionale. Il potere istituzionale rimanda, per il suo esercizio, al lavoro improduttivo, come dire che è legato, in quanto lavoro parassitario, ai rapporti di proprietà.  Il rapporto di potere, indipendentemente dalla sua forma (di dominio o autorità) ha le seguenti caratteristiche:

1.     serve a riprodurre socialmente le condizioni materiali di produzione;
2.     è storicamente determinato;
3.     produce in modo ininterrotto, all’interno della società, forme di antagonismo fra chi detiene i mezzi di produzione e chi ne è escluso, fra chi vuole perpetuare e rafforzare le disuguaglianze e i privilegi con queste connessi e chi esercita una volontà di resistenza contro una formazione socio-economica che lo esclude dai privilegi connessi con l’esercizio del potere (e si parla, a questo proposito, di conflittualità sociale, nelle forme micro e  macro-conflittuali);
4.      non è dato per sempre, una volta per tutte, ma è legato alla sua legittimazione o delegittimazione. Per esempio, con la forza i dominati possono ribellarsi al rapporto di dominio, con il ritiro del consenso i dominati possono delegittimare il rapporto di autorità (ma v. manipolazione del consenso).

SULLE ISTITUZIONI: GLI APPARATI IDEOLOGI

In seconda istanza parleremo delle istituzioni[4]. Sono istituzioni, per esempio in una società complessa, gli apparati amministrativi, giudiziari, politici dello Stato[5] (la burocrazia, la giustizia, il parlamento, l’esercito, il carcere, il manicomio, gli ospedali, la scuola, l’università, la chiesa etc.), senza dimenticare la famiglia , le fabbriche etc. Sono istituzioni, dunque, i vari apparati (i luoghi fisici che permettono l’espletarsi di funzioni) che in una società regolano, secondo procedure stabilite, l’agire degli strati sociali e la vita degli individui, vale a dire quei complessi di norme esplicite o implicite che regolano i valori e gli stili di comportamento degli strati sociali e degli individui. Le istituzioni, pertanto, sono da intendersi come espressione dei rapporti di potere e della configurazione dei rapporti sociali di un determinato contesto storico che dà loro, in luoghi fisici precisi, rilevanza sociale, legittimazione ideologica, sostegno politico, risorse economiche etc. In altre parole, le istituzioni sono la manifestazione dei rapporti di potere, dunque della configurazione dei rapporti di produzione di un dato e determinato contesto storico. Ancora: le istituzioni permettono, per il tramite di un lavoro improduttivo storicamente determinato, la formazione e la trasmissione del potere e del sapere, ossia la rimodellizazione perpetua della società nel suo insieme (giacché una formazione economico-sociale non è eterna, ma, anche se di lunga durata, passibile di trasformazioni, specie nelle fasi di transizione), oltre che alla loro conservazione, alla riproduzione dei ruoli e delle gerarchie sociali (alla produzione di consenso). Si ritrova, in quest’ambito, e per quanto pertiene all’indagine qui proposta, il perché la materia dell’espressione e la materia del contenuto siano segmentate e rimodellate, ossia rese, grazie agli slittamenti del codice (che sono pari alle trasformazioni economico-sociali), sempre funzionali all’esercizio di un potere all’interno di una formazione economico-sociale[6]. Affinché ci sia una istituzione devono però essere presenti:

1.     un sistema assiologico (con assiologia qui ci si riferisce ad una teoria dei valori che considera ciò che nel mondo è o ha valore, che non è cioè una mera realtà di fatto) che, dato lo scopo, definisca i valori (imposti da coloro che possiedono i mezzi di produzione) da veicolare negli strati sociali e negli individui che li devono sussumere;
2.     un sistema proairetico (con proairesi si deve, qui, intendere un processo che porta al raggiungimento di un fine) che, dati i mezzi a disposizione, orienti le azioni degli strati sociali e degli individui in modo conforme alle aspettative di coloro che possiedono i mezzi di produzione.

Un inciso: si ha crisi delle istituzioni quando queste sono delegittimate, vale a dire prive del consenso dei soggetti di cui dovrebbero regolare e conformare il comportamento (e una crisi delle istituzioni rimanda, per l’analisi dei perché storici, a modificazioni della struttura economica che agisce sulla divisione sociale del lavoro).

SUL SAPERE

            In terza istanza il sapere. Come in precedenza accennato, la produzione di sapere è legata alla divisione del lavoro, vale a dire dalla separazione del lavoro intellettuale (improduttivo e parassitario) dal lavoro manuale (produttivo e partecipativo). Pertanto il sapere, ossia il risultato che emerge dall’esercizio del lavoro intellettuale (del lavoro non manuale) è prodotto da strati specializzati nel lavoro intellettuale (artisti, scienziati, intellettuali etc.). Questa divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è, inoltre, trasversale a tutte le formazioni socio-economiche che si basano sulle disuguaglianze sociali e comporta la formazione di strati separati di intellettuali che, proprio perché sono sottratti al lavoro immediatamente produttivo, elaborano un sapere funzionale alla riproduzione materiale della formazione economico-sociale[7]. Questi strati specializzati sono poi in rapporto, a volte con una relativa autonomia, con coloro che, nei rapporti di produzione, sono legati alla proprietà dei mezzi di produzione, ossia con gli strati superiori, dominanti della società (scrivono Marx e Engels[8]: “La divisione del lavoro, che abbiamo già visto[9] come una delle forze principali della storia finora trascorsa, si manifesta anche nella classe dominante come divisione del lavoro intellettuale e manuale, cosicché all'interno di questa classe una parte si presenta costituita dai pensatori della classe (i suoi ideologi attivi, concettivi, i quali dell'elaborazione dell'illusione di questa classe su se stessa fanno il loro mestiere principale), mentre gli altri nei confronti di queste idee e di queste illusioni hanno un atteggiamento più passivo e più ricettivo, giacché in realtà sono i membri attivi di questa classe e hanno meno tempo di farsi delle idee e delle illusioni su se stessi. All'interno di questa classe questa scissione può addirittura svilupparsi fino a creare fra le due parti una certa opposizione e una certa ostilità, che tuttavia cade da sé se sopraggiunge una collisione pratica che metta in pericolo la classe stessa: allora si dilegua anche la parvenza che le idee dominanti non siano le idee della classe dominante e abbiano un potere distinto dal potere di questa classe.” Ancora[10]: “La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale […]”). Questi strati specializzati non sono dati in modo definitivo, ma modificano la loro conformazione nel tempo, questo grazie ai cambiamenti nella struttura economica che comportano un mutamento nella struttura sociale tale che, al mutare degli strati egemoni, muta anche la matrice sociale (ossia la modalità di reclutamento) di coloro che entrano a far parte degli strati specializzati nel lavoro intellettuale. Primariamente si sussume qui che lo scopo del lavoro intellettuale sia quello di produrre una visione del mondo (o Weltanschauung) che permetta la riproduzione sociale delle condizioni di produzione, ossia consenta agli strati superiori di imporre il proprio sapere come egemone (il sapere, creduto in sé e per sé come autonomo dalle condizioni economiche e sociali che ne determinano la genesi, diventa così, come categoria a sé stante, l’ideologia dominante di una determinata formazione socio-economica)[11]. Il sapere, ancora, permette:

1.     il controllo dello sviluppo scientifico e tecnologico (controllo della vita materiale);
2.     la possibilità di trasmettere e imporre i modelli di comportamento, i sistemi di valore (con le norme sanzionatorie conseguenti), i simboli, i gusti estetici etc., dello strato egemone a tutti i componenti della formazione socio-economica (ed è qui, nel controllo della vita sociale attraverso la produzione di una mentalità funzionale all’esercizio del potere, che si affermano le nuove possibilità di semiosi di cui abbiamo parlato precedentemente).

SULL’IDEOLOGIA

In quarta istanza l’ideologia[12]. Con questo termine s’indica un sistema d’idee, di rappresentazioni che orienta l’individuo nel suo agire nel mondo, vale a dire gli dà coscienza razionale del suo ruolo storico all’interno della società rendendo così coesa la società[13]. Infatti, l’ideologia rimanda a una visione del mondo che traduce l’ottica con la quale ci si orienta (grazie all’orizzonte intellettuale di cui si è potuti entrare in possesso) e come individui e come appartenenti a una stratificazione sociale; che è come dire che il sistema delle idee razionali è storicamente determinato e derivato dalla collocazione dell’individuo all’interno della stratificazione sociale storicamente data che lo accoglie. L’ideologia vede dunque la realtà fattuale non secondo l’ottica della complessità, ma secondo un’ottica riduttiva, parziale, inconsapevolmente partigiana, capovolta, che traduce il posto occupato dall’individuo all’interno dei rapporti di produzione. Come dire che l’ideologia (scrivono Marx e Engels[14]: “La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento materiale. Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale, della religione, della metafisica, ecc. di un popolo. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc., ma gli uomini reali, operanti, così come sono condizionati da un determinato sviluppo delle loro forze produttive e dalle relazioni che vi corrispondono fino alle loro formazioni più estese. La coscienza non può mai essere qualche cosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico.”):

1.     è un sistema completo e globalizzante in quanto offre agli individui che compongono una collettività sociologicamente omogenea una rappresentazione d’insieme che è orientata sulla diacronia (passato/presente/futuro) ed è integrata alla totalità di una Weltanschauung;
2.     è una rappresentazione cosciente e rassicurante che investe il posto di classe assegnato in quanto indirizza l’individuo nella percezione semplificata della realtà e nel comportamento pratico;
3.     oltre che rassicurante nel vissuto, è però capace di deformare il sistema mentale degli individui, giacché ha come scopo anche quello di occultare, omettere, mascherare o rendere opaco il perché economico di quel ruolo giocato all’interno della società (per esempio, nelle società attuali, legittimando pratiche e valori che spingono all’individualismo competitivo, alla spoliticizzazione, all’accettazione di una pressione coercitiva di controllo totale delle coscienze, alla possibilità della smobilitazione per rinnovo dei processi produttivi, alla divisione e contrapposizione fra i ceti subalterni; giacché quello che interessa al capitale è una forza-lavoro adeguata alle esigenze produttive, ottenuta alle migliori condizioni rispetto all’esborso del salario e, soprattutto, sottomessa e ubbidiente)[15];
4.     impone dunque ad una collettività una falsa coscienza (che è anche la falsa coscienza del ceto intellettuale che produce e inculca l’ideologia), dove gli uomini si sentono (credono di essere) liberi, quando, in realtà la falsa coscienza li induce ad allontanarsi dalla percezione della realtà della produzione e riproduzione materiale della società che è, rispetto a loro, autonoma e che, distorcendo la realtà, li reifica, li rende inconsapevolmente cose intercambiabili nel mercato del lavoro, e nel vissuto sociale, attraverso una ideologia (che diventa la falsa coscienza) perennemente rafforzata e alimentata in ogni modo dagli strati egemoni (scrive Engels[16]: “[…] Quanto al resto c'è un solo punto debole, che però anche negli scritti di Marx e miei non è stato, di regola, sufficientemente accentuato e al cui riguardo siamo tutti egualmente colpevoli. Noi tutti abbiamo cioè dato e dovuto dare il massimo peso alla derivazione, in primo luogo, delle concezioni politiche, giuridiche e delle altre concezioni ideologiche, come delle azioni mediate da queste concezioni, dai fatti economici basilari. Facendo ciò abbiamo finito col trascurare, per il contenuto, l'aspetto formale: il modo e la maniera in cui queste concezioni ecc. si formano. […] L'ideologia è un processo che è compiuto, è vero, dal cosiddetto pensatore con coscienza, ma con una falsa coscienza. Le vere forze motrici che lo muovono gli rimangono sconosciute; altrimenti non si tratterebbe appunto di un processo ideologico. Egli s’immagina dunque delle forze motrici false o apparenti. Poiché si tratta di un processo di pensiero, egli ne deduce tanto il contenuto che la forma dal pensiero puro, o dal proprio o da quello dei suoi predecessori. Egli lavora con un materiale puramente intellettuale che, senza guardar troppo per il sottile, egli prende come creato dal pensiero e non indaga ulteriormente per trovare un'origine più remota, indipendente dal pensiero, il che è del resto naturale per lui, poiché ogni atto, essendo mediato dal pensiero, gli appare, anche in ultima istanza, fondato sul pensiero. […] Quest'aspetto del problema, cui io qui posso soltanto accennare, l'abbiamo tutti, credo, trascurato più di quanto non meritasse. È sempre la stessa storia: all'inizio viene sempre trascurata la forma per il contenuto. Come ho detto, anch'io ho fatto lo stesso, e l'errore mi è sempre apparso solamente post festum. [a cose fatte] […] A questo è connessa anche la stupida rappresentazione degli ideologi, secondo cui, poiché noi neghiamo alle diverse sfere ideologiche che hanno una funzione nella storia, un'evoluzione storica indipendente, negheremmo ad esse anche ogni efficacia storica. Vi è qui alla base la banale rappresentazione non dialettica di causa e effetto come poli che si oppongono l'un l'altro in modo rigido, l'assoluta ignoranza dell'azione e reazione reciproca. Il fatto che un fattore storico, non appena generato da altre cause in ultima istanza economiche, reagisce a sua volta e può esercitare una reazione sull'ambiente che lo circonda e perfino sulle sue proprie cause, questi signori [gli ideologi]lo dimenticano spesso in modo quasi premeditato.”[17]);
5.     è concorrenziale rispetto ad altri sistemi ideologici coesistenti all’interno della società, questo perché le ideologie coesistenti sono prodotte dalla presenza di una realtà storica, ossia da rapporti di produzione che rimandano alla struttura sociologica della stratificazione sociale (va da sé che esistono poi, tra le varie ideologie storicamente coesistenti, dei tratti comuni, ciò che mostra rapporti genealogici di parentela dovuti all’appartenenza a una stessa formazione economico-sociale);
6.     l’ideologia sarà poi da intendersi come dominante quando è vittoriosa nel gioco della concorrenza (poiché la vittoria va agli strati più ricchi di mezzi materiali e intellettuali e più agguerriti rispetto agli altri); ci si riferisce, qui, a quel sistema di idee e di rappresentazioni prodotto e adottato dagli strati egemoni all’interno della formazione economico-sociale, nella loro prassi sociale, per stabilizzare i vantaggi conseguiti e legittimare la struttura che li mantiene in essere[18].

A proposito dell’ideologia dominante, scrivono Marx e Engels:

“Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. le idee dominanti non sono altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio. Gli individui che compongono la classe dominante posseggono fra l'altro anche la coscienza, e quindi pensano; in quanto dominano come classe e determinano l'intero ambito di un'epoca storica, è evidente che essi lo fanno in tutta la loro estensione, e quindi fra l'altro dominano anche come pensanti, come produttori di idee che regolano la produzione e la distribuzione delle idee del loro tempo; è dunque evidente che le loro idee sono le idee dominanti dell’epoca. Ad esempio in un periodo e in un paese in cui potere monarchico, aristocrazia e borghesia lottano per il potere, il quale quindi è diviso, appare come idea dominante la dottrina della divisione dei poteri, dottrina che allora viene enunciata come “legge eterna”. […] Se ora nel considerare il corso della storia si svincolano le idee della classe dominante dalla classe dominante e si rendono autonome, se ci si limita a dire che in un'epoca hanno dominato queste o quelle idee, senza preoccuparsi delle condizioni della produzione e dei produttori di queste idee, e se quindi s'ignorano gli individui e le situazioni del mondo che stanno alla base di queste idee, allora si potrà dire per esempio che al tempo in cui dominava l'aristocrazia dominavano i concetti di onore, di fedeltà, ecc., e che durante il dominio della borghesia dominavano i concetti di libertà, di uguaglianza, ecc. Queste sono, in complesso, le immaginazioni della stessa classe dominante. Questa concezione della storia che è comune a tutti gli storici, particolarmente a partire dal diciottesimo secolo, deve urtare necessariamente contro il fenomeno che dominano idee sempre più astratte, cioè idee che assumono sempre più la forma dell'universalità. Infatti, ogni classe che prenda il posto di un'altra che ha dominato prima è costretta, non fosse che per raggiungere il suo scopo, a rappresentare il suo interesso come interesse comune di tutti i membri della società, ossia, per esprimerci in forma idealistica, a dare alle proprie idee la forma dell'universalità, a rappresentarle come le sole razionali e universalmente valide.”[19]

Si deve, infine, ricordare che le ideologie, nonostante siano nella lunga durata tendenzialmente inerti, conservatrici, sono in costante evoluzione, per esempio nei periodi di transizione, quando tendenzialmente muta l’evoluzione economica e, di conseguenza avvengono mutamenti nei rapporti di produzione, la forza-lavoro intellettuale deve fare in modo che le ideologie dominanti possano modificarsi, adattarsi con flessibilità al nuovo, o per resistere o per vincere[20].

SUI BISOGNI

Per analizzare il bisogno, è necessario partire da un assioma: affinché ci sia un bisogno deve esistere un soggetto che desidera un oggetto. La soddisfazione del bisogno, ossia la possibilità di ottenere un oggetto (appagamento del bisogno), è però legata:

1.     alla formazione economica che produce la scelta oggettuale [valore di scambio],
2.     alla formazione sociale che pone la scelta oggettuale [valore d’uso],
3.     alla posizione del soggetto che desidera all’interno della stratificazione sociale (per esempio, nel modo di produzione capitalistico, stando a Marx[21], “un individuo che prende parte alla produzione nella forma del lavoro salariato, partecipa ai prodotti, ai risultati della produzione, nella forma del salario.” (intesa, questa, come capacità d’accesso al valore di scambio al fine di fruire l’oggetto nel suo valore d’uso; va da sé che possono esistere oggetti che soddisfano un bisogno e che hanno un valore d’uso senza avere un valore di scambio e che non manifestano la riduzione del bisogno, quale che sia la sua natura, al solo bisogno economico[22]).

L’oggetto, affinché sia posto come scelta oggettuale, partecipa dunque a un doppio statuto che valorizza l’economico (ossia la produzione e la riproduzione sociale delle condizioni di produzione) presente nel gioco della domanda e dell’offerta:

1.     è investimento di desiderio da parte del soggetto (parte soggettiva del bisogno);
2.     è prodotto come investimento di desiderio, ossia è un prodotto della manipolazione (scrive Marx[23]: “Ogni uomo s'ingegna di procurare all'altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell’altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico. Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l’uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. L’uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell’essere ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro. Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall'economia politica, il solo bisogno che essa produce. La quantità del denaro diventa sempre più il suo unico attributo di potenza: come il denaro ha ridotto ogni essere alla propria astrazione, cosi esso si riduce nel suo proprio movimento a mera quantità. La sua vera misura è di essere smisurato e smoderato. Così si presenta la cosa anche dal punto di vista soggettivo: in parte l'estensione dei prodotti e dei bisogni si fa schiava - schiava ingegnosa e sempre calcolatrice - di appetiti disumani, raffinati, innaturali e immaginari; la proprietà privata non sa fare del bisogno grossolano un bisogno umano; il suo idealismo è l’immaginazione, l’arbitrio, il capriccio.”) da parte di una oggettiva (ossia storica) formazione economico-sociale (parte oggettiva del bisogno), investimento che si realizza però solo, data la legge della domanda e dell’offerta, nello scambio (per mezzo del denaro come equivalente generale) sul mercato delle merci, ciò che rimanda alla collocazione all’interno dei processi di distribuzione, ciò che ha una ricaduta simbolica di status (presente o assente) sul soggetto acquirente all’interno della formazione economico-sociale.

Per questo possiamo dire che i bisogni sono anfibi, ossia vissuti come personali quando, in pari tempo, sono strettamente legati al contesto sociale, economico e storico, ossia sono un momento del processo sociale di produzione. Come dire che non esistono bisogni naturali, bensì solo bisogni storicamente indotti che sono funzionali alla riproduzione economica e sociale. A ciò si aggiunga che sono legati alla precedente affermazione anche bisogni che sono vissuti (sembrano vissuti) come naturali dagli individui di una data collettività, come la soddisfazione degli appetiti sessuali e della fame, per esempio, che in realtà sono storicamente legati al variare delle formazioni economico-sociali che stabiliscono, di volta in volta, cosa o come è possibile mangiare (scrive Marx[24]: “la fame è fame, ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiando con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti”. Questo per sottolineare che i modi di soddisfacimento della fame, un bisogno primario, rimandano a società diverse, a storicità diverse[25]), e cosa è lecito praticare sessualmente e cosa non lo è (per esempio l’antichità non conosceva il discrimine fra eterosessualità, o sessualità riproduttiva, e omosessualità (che è in vigore storicamente dal cristianesimo a oggi), giacché la presenza della bisessualità fra gli uomini greci e romani rimandava al fatto che questi ritenevano secondo natura i rapporti omoerotici fra maschi. Come dire che l’omosessualità non era un’opzione esclusiva o una scelta fuori dalla norma sociale, poiché il discrimine della norma sociale (che per noi è tra eterosessuali e omosessuali), si poneva storicamente, sia per i greci che per i romani, fra chi, nel rapporto era attivo (il maschio libero adulto), e chi era passivo (il ragazzo tra i 12 e i 17 anni in Grecia; lo schiavo o il liberto in Roma); questione questa della passività omosessuale che rendeva ignominioso, per un uomo libero adulto, vivere in società. Tutto questo nel mentre, in pari tempo, greci e romani ritenevano contro natura i rapporti omoerotici fra donne[26]. etc.
In ogni caso sono poi considerati bisogni primari, necessari, quelli legati all’auto-conservazione (il cibo, per esempio, che è il valore di scambio ottenuto dalla vendita di valore d’uso della forza-lavoro al fine della sua riproduzione biologica) e alla conservazione della specie (per esempio, il surplus alimentare circolante nella società ripartito per la riproduzione sessuale). Sono considerati invece bisogni secondari, superflui, quelli legati alla realizzazione del sé (il bisogno di potere, denaro, possesso etc.), realizzazione che è vissuta come naturale, ma che è, di fatto, una seconda natura che emerge attraverso le procedure di manipolazione messe in atto dall’economia e dalla società. Ed è qui, nei bisogni secondari che producono status socio-economico, che rientra l’oggetto dell’indagine sopra proposta. Va poi da sé che la tipologia dei bisogni primari e secondari che si possono soddisfare ci informa poi su qual è la qualità della vita dell’individuo (che determina la struttura dei suoi bisogni, e dei suoi limiti, ed è legata al suo destino sociale, ossia al suo posto all’interno della stratificazione sociale di un determinato modo di produzione, e qui le posizioni sono dunque polarizzate tra chi può comprare con l’esborso di surplus o di plusvalore e chi no)[27].
È qui presente, dunque, il concetto di consumo (scrive Marx[28]: “Il consumo in quanto necessità, in quanto bisogno, è esso stesso un momento interno all’attività produttiva.ma quest’ultima è il punto di avvio della realizzazione e quindi anche il suo momento predominante, l’atto nel quale si risolve di nuovo l’intero processo. L’individuo produce un oggetto e consumandolo ritorna in sé, ma come individuo produttivo che riproduce se stesso. Il consumo si presenta quindi come un momento della produzione.”[29]), che è, poiché termine finale di un processo di produzione, un concetto economico (per esempio, può anche essere il consumare il valore d’uso della forza-lavoro per il bisogno, da parte del proprietario dei mezzi di produzione, di produrre plusvalore etc.). Questo concetto è però, si è visto, anche legato a risvolti sociologici e psicologici, per esempio nel caso di un consumo di beni che non sia primario o biologico, ma secondario, superfluo, voluttuario o suntuario che dir si voglia, dunque in grado di produrre con lo sperpero status socio-economico, ciò che separa, come detto, i consumatori tra coloro che possono permetterselo (inclusione di status per i ceti abbienti, ciò che permette un quadro mentale di superiorità) e coloro che non possono permetterselo (esclusione di status per i ceti non abbienti, ciò che produce un quadro mentale di inferiorità). Infatti, la forza-lavoro spende, in linea di massima, quanto guadagna, mentre gli strati egemoni guadagnano in funzione di quanto spendono in investimenti e consumi suntuari. Il consumo, in quest’ottica, lo si ripete, è una manifestazione oggettiva delle sperequazioni all’interno di una stratificazione sociale[30].
Si ricorda, infine, che oltre ai bisogni individuali, esistono anche i bisogni collettivi (per esempio, in una società complessa, la richiesta di aumenti salariali, di riduzione delle ore lavorative, di rappresentanza politica, di servizi assistenziali quali ospedali, pensioni etc.) che, in quanto rimandano alla struttura economica, materiale, della società, sono soddisfatti con il ricorso ad una conflittualità sociale, esasperata o meno, contro coloro che esercitano il potere.

SULLA MENTALITÀ

L’insieme dei rapporti economico-sociali si trova, abbiamo visto, sempre controllato da un’ideologia che legittima lo stato esistente della riproduzione sociale delle condizioni di produzione. L’esistenza di relazioni tra ceto egemone e ceto intellettuale porta, infatti, a un’accettazione (attiva, passiva, instabile) del sistema economico-sociale esistente. Per questo bisogna prendersi carico della storia delle mentalità, perché da queste dipende anche la questione di come i ceti subalterni, sotto forma di surplus o di plusvalore, accettino di destinare quanto è loro proprio alle classi egemoni, destinazione che è opaca nelle sue legittimazioni, ma che nondimeno viene imposta in modo ideologico come fatto naturale. Per questo, per analizzare la riproduzione delle mentalità come residuo non detto della riproduzione sociale delle condizioni di produzione, prendiamo ora in considerazione aspetti che riguardano il quadro mentale degli individui appartenenti a una formazione economico-sociale.
La mentalità va intesa come complesso di opinioni, di credenze, di rappresentazioni, di valori, di sensibilità e di pratiche originate da orientamenti e strategie di un’esperienza che è comune e propria a gruppi socialmente più o meno omogenei e che vivono in spazi geografici ben delimitati; la mentalità (o le mentalità) così definita è poi reperibile in aree di confine che stanno tra le strutture  biologiche e i quadri mentali, in aree che investono il lavoro, la famiglia, l’alimentazione, la strutturazione diacronica dell’esistenza (infanzia, gioventù, maturità, vecchiaia), l’educazione, la delinquenza, la sociabilità, le credenze religiose, la sessualità, la salute, le malattie, la morte etc.[31] La mentalità si presenta qui come un fenomeno che in qualche modo esclude le caratteristiche di una personalità e in cui non è possibile distinguere una memoria individuale[32], ma solo ciò che investe la persistenza di una memoria collettiva che ha lasciato come eredità opinioni, credenze e rappresentazioni collettive a una determinata collettività nel corso del tempo. Si tratta dunque di analizzare gli elementi della memoria collettiva che si sono sedimentati in una lunga durata, di analizzare ciò che cambia di meno nell’evoluzione storica, di elementi che sono sì fortemente collegati all'organizzazione del lavoro, della produzione e dello scambio, o alla stratificazione sociale o alle sovrastrutture ideologiche e culturali, ma nell’ottica di condizionamenti biologici e naturali dell'organizzazione della vita umana, di quadri mentali messi in atto per produrre la realtà nella quale si vive. Questi però, è un dato di fatto, sono atteggiamenti mentali e comportamenti pratici che, nella vita dell'uomo, si modificano con assai maggiore lentezza delle strutture economiche, sociali e ideologiche[33]. Se il campo della mentalità sta dunque tra la lunga durata e il tempo quotidiano, tra il non conscio e l’intenzionale, tra lo strutturale e il congiunturale, tra il marginale e il generale[34], nella stessa ottica analitica rientra anche l’analisi dell’immaginario. Il campo dell’immaginario è costituito dall’insieme delle rappresentazioni che investono l’esperienza umana negli aspetti che marcano il confine tra il sociale e l’individuale, dunque in quei processi che rimandano al sistema delle rappresentazioni che investono le idee non razionali, non risolvibili a livello di coscienza oppure vissute come conflittuali, per esempio l’angoscia per il futuro, i moti involontari delle passioni, le alternanze del desiderio, i sogni, le interrogazioni sulla morte etc. Detto questo, bisogna tenere presente che ogni società ha un suo immaginario, anche se questo è socialmente diversificato in base al modo di esistere di una formazione economico-sociale; che il limite tra il sociale e l’individuale, tra il reale e l’immaginario nelle sue intersezioni si sposta, è variabile, ossia è storico, anche se il superamento della frontiera verso il non razionale propone degli andamenti stabili, questo nel senso che, anche se il sistema delle idee non razionali è d’epoca e socialmente strutturato e diversificato da quello che lo precede e da quello che lo segue, l’intersezione di fondo che emerge è astorica in quanto investe delle strutture biologiche profonde.[35] Come dire, proprio perché investe dei dati biologici astorici, che è il rovescio dell’ideologia.
Per queste spiegazioni riguardanti la storia della mentalità non si adotta però la storia evenemenziale (histoire événementielle; è la storia degli avvenimenti unici, irripetibili, una guerra, una catastrofe, un trattato etc., e di breve durata o la registrazione, in scala cronologica, degli avvenimenti, la scala seriale del tempo), ma un tipo di analisi macro-storica che investe la lunga durata (longue durée). L'analisi di lunga durata, oltre che un tempo geografico, che determina i quadri generali, ambientali e climatici, che sono condizionamenti ineliminabili nell'evoluzione storica (questo tempo è un tempo quasi immobile) presuppone, infatti:

1.     un tempo sociale, che è il tempo della lunga durata, in cui si colloca la storia delle diverse società, delle loro economie, delle loro istituzioni, dei loro quadri mentali, nei loro molteplici rapporti (v., supra, l’analisi dei modi di produzione);
2.     un tempo individuale, che riguarda la superficie della realtà, quella che sembra agli individui appartenenti ad una collettività in perenne movimento; una storia, quindi, vissuta come se fosse ad alta velocità e che, nei tempi di transizione da un modo di produzione all’altro permette di percepire dei mutamenti in atto nei quadri mentali, nei bisogni.

Si potrebbe pertanto dire che la lunga durata analizza la struttura profonda della realtà stessa, quella che va al di là dell’individuo e investe generazioni e generazioni in processi plurisecolari; una storia, quindi, non percepibile, a bassa velocità (è, dunque, quella che individua le persistenze economiche, sociali e mentali). Nell’analisi storica si possono poi trovare, è vero, delle cause congiunturali, delle oscillazioni critiche che si ripetono (economiche, demografiche, sociali etc.), ma nella spiegazione storica qui adottata le cause di lunga durata sono privilegiate rispetto a quelle congiunturali poiché queste ultime, se non pensate all’interno di un modo di produzione (v. supra), sono considerate degli epifenomeni, ossia fenomeni secondari, accessori che manifestano la persistenza storica di una lunga durata[36].

PER FINIRE

Per finire, alcune consapevolezze. Anche se le realtà storiche e sociali non obbediscono a leggi deterministiche di causa/effetto che uniformano a sé ogni singolo aspetto della vita materiale, di quella delle coscienze, di quella dell’immaginazione, studiare un divenuto vuol dire essere deterministi, almeno per ragioni di ricostruzione esplicativa. Ossia, di quel divenuto, studiarne le cause, farle entrare in un meccanismo causale (logica causa/effetto) di tipo strutturale, determinista nei criteri di analisi adottati, che obbliga chi indaga a usare cautele, a non trovare nessuna ultima variabile indipendente, nessun motore primo che surdetermini tutte le altre cause. Questo significa trovarsi di fronte a dei problemi, a delle congetture, a delle ipotesi, a porsi delle domande e sempre con la consapevolezza che la realtà narrata esiste solo come mappa mentale, cioè è un’immagine parziale della realtà.[37] Questo metodo interroga e struttura quindi, date le coordinate spaziali e temporali (sincroniche e diacroniche), le connessioni fra le tracce e le serie (per es. la serie dei fenomeni materiali, collegati con le condizioni socio-economiche della produzione, del lavoro, con la natura biologica dell'uomo e il mondo naturale delle risorse, con le tecniche, la divisione dei ruoli, la sessualità, la riproduzione, e via via in posizioni diverse, in base alla capacità di rimodellare il mondo, le altre serie di fenomeni che si riferiscono ai modelli culturali, alle istituzioni sociali politiche e linguistiche, ai sistemi espressivi e retorici, alle tematiche dell'immaginario, e così via). Va da sé che chi introduce delle ipotesi sceglie, sceglie provvisoriamente i fatti, i dati, e avanza una provvisoria interpretazione dei rapporti tra le serie, e ammette che fatti, dati e interpretazioni, nel loro reciproco condizionarsi, nella loro mutua interdipendenza, sono passibili di mutamento: ciò che ci permette di parlare di relatività delle ipotesi adottate.  Va da sé, ancora, che è il contesto storico in cui opera chi mette in campo delle ipotesi che ne determina lo sguardo, ossia la scelta e l’interpretazione della realtà, ciò che non impedisce a colui che analizza il dovere di ubbidire alle regole imposte dal suo mestiere (deontologia), ciò che ci permette di parlare di soggettività delle ipotesi avanzate e di deontologia professionale, ciò che rende verificabili, in quel dato e determinato contesto storico, le ipotesi affermate. Con la clausola che tutto quanto sopra affermato non ha valore se non si dimostrerà utile ai fini della ricerca in oggetto.


[1] Cfr. Ceserani e De Federicis 1980, pp. 29-32.
[2] Si evita in questo testo, anche se questo non è un atteggiamento marxiano, l’uso dei termini borghesia e proletariato e li si sostituisce con le locuzioni strati egemoni e strati subalterni, questo per non connotare da subito, in base alla memoria storica del marxismo, quanto si potrebbe leggere in queste parole,  cioè l’immediata espressione del pensiero/azione di sinistra. Questo però non vuol dire che si voglia proporre un testo a-politico.
[3]Su questa questione, v. infra.
[4] Cfr. Ceserani e De Federicis 1980, pp. 32-33. Sulle trasformazioni dello Stato nelle società a capitalismo avanzato, v. Szacki, p. 182.
[5] È nello Stato, infatti, che si riassumono e si concentrano nelle società complesse tutti i rapporti di potere. Cfr. Ceserani e De Federicis 1980, p. 32. V. Szacki, pp. 174-176.
[6] Su queste questioni, v. infra.
[7] Sulla formazione storica dei gruppi intellettuali, v., infra.
[8] Marx e Engels 1846, trad. it.1972, p. 35.
[9] V. Marx e Engels 1846, trad. it.1972, pp. 21-23.
[10] Marx e Engels 1846, trad. it.1972, p. 36.
[11] Cfr. Bedeschi 1978, pp. 1171-1172.
[12] Cfr. Mascitelli 1977, sub voce ‘ideologia’ e Ceserani e De Federicis 1980, pp. 54-58.
[13] Sulle difficoltà teoriche insite nel problema della formazione di una coscienza razionale in quanto legata alla posizione occupata dal soggetto in una stratificazione sociale bassa, v. Szacki, pp. 157-172.
[14] Marx e Engels 1946, trad. it. 1972, p. 13
[15] Cfr. Terrail 1978, p. 896.
[16] Engels 1893, trad. it. 1977, pp. 109-111
[17] Cfr. Bedeschi 1978, pp. 1172-1178. V. Mascitelli 1977, sub voce ‘falsa coscienza’, ‘reificazione’.
[18] Cfr. Duby, trad. it. 1981, pp.119-122.
[19] Marx e Engels 1846, trad. it.1972, pp. 35-37; v. Balibar, trad. it. 1994, pp. 49-60; Ceserani e De Federicis 1980, pp. 26-28. 
[20] Cfr. Duby, trad. it. 1981, pp.122-124. Châtelet 1975, trad. it. 1977, p. 89, scrive che Marx concepisce il lavoro dello storico come disvelamento, disvelamento che consiste nello “spezzare il circolo vizioso in cui il presente è prigioniero, nel quale si maschera e costruisce la sua apologia.”
[21] Marx 1857, trad. it. 1976, p. 27.
[22] Cfr. Heller 1974, p. 26.
[23] Marx 1844, trad.it 1973, p. 127.
[24] Marx 1857, trad. it. 1974, p. 82.
[25] Cfr. Heller 1974, pp. 32-33.
[26] V. Veyne 1982, trad. it. 1973, pp. 37-48; Dover 1978, trad. it. 1985; Cantarella 1988.
[27] V. Heller 1974, pp. 23-25, 38-39.
[28] Marx 1857, trad. it. 1976, pp. 25-26
[29] Sul meccanismo produzione/distribuzione/scambio/consumo, v. Marx 1857, trad. it. 1976, pp. 18-20. Cfr. Terrail, 1978, p. 892.
[30] Cfr. Ceserani e De Federicis 1980, p. 22, pp. 33-34; Terrail 1978, p 889; Nasiłowski 1978, p. 1164.
[31] V. Ariès, trad. it. 1980, pp. 160-161.
[32] V. Le Goff, trad. it. 1981, pp.241-242.
[33] V. Ariès, trad. it. 1980, pp. 140-166; Le Goff, trad. it. 1981, p. 245.
[34] V. Le Goff, trad. it. 1981, p. 242.
[35] V. Ceserani e De Federicis 1980, p. 58; cfr. Patlagean, trad. it. 1980, p. 291, 313-314.
[36] V. Braudel, trad. it. 1989, pp.57-92, Vilar 1980, trad. it. 1985, pp. 70-77, 123-126.
[37] V. Vilar 1980, trad. it. 1985, pp. 48-59.

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