SUL LAVORO ASTRATTO



Legato al sistema di fabbrica, al modo di produzione capitalistico, è poi il concetto di lavoro astratto. Mentre nelle società precapitaliste il lavoro era lavoro concreto e aveva un ruolo immediato nella divisione del lavoro sociale complessivo, nelle società capitaliste il lavoro è astratto in quanto è il lavoro socialmente necessario, ossia la quantità di tempo di lavoro necessario (in media, per abilità del lavoratore e intensità di gettito del mezzo di produzione, condizioni queste determinate dal mercato) per produrre una data merce e sulla cui quantità si determina poi il valore di scambio della merce, astratto perché il lavoro concreto, sebbene fonte del valore, non ha in se stesso alcun valore visto che il salario (esistono vari tipi di salario: salario reale, salario nominale, salario a tempo, o a economia, salario a cottimo, o a forfait, salario progressivo, o a incentivo, salario contrattuale etc.) non è il prezzo del lavoro concreto, ma quello della forza-lavoro (se poi il lavoro socialmente necessario  per produrre una merce diminuisce, ecco che il lavoro astratto implica una  dequalificazione del lavoro concreto, ossia una riduzione del valore della forza-lavoro in termini di salario)[1]. Si ricorda che si chiama plusvalore assoluto quello che si ottiene aumentando la giornata di lavoro fino ai limiti del sostenibile, quattordici, sedici, diciotto ore al giorno  e reclutando anche forza-lavoro a minor costo quali quella femminile e minorile (questa è la prima forma storica di produzione di plusvalore, pari a un modo capitalistico di produzione che sussume formalmente il modo di produzione precedente, ossia è un modo che ha le sue basi materiali che poggiano ancora sulle forze produttive derivate dal modo di produzione feudale e che, conseguentemente, non modifica le forme intensive di sfruttamento feudali del mestiere degli artigiani, ma le piega alle condizioni materiale della produzione di pluslavoro nella manifattura, cioè alla parcellizzazione delle mansioni in uno spazio chiuso e organizzato, dunque non grazie ad una modificazione tecnologica, ma ad una diversa organizzazione del lavoro, reclutando, in pari tempo, forza-lavoro femminile e infantile – tipologie di forza-lavoro prima non presenti,) e plusvalore relativo quello dovuto a un aumento della produttività del lavoro resa possibile dalla mutata divisione del lavoro introdotta da mezzi di produzione tecnologicamente più avanzati (macchinismo), ciò che accorcia il tempo di lavoro socialmente necessario; come dire che aumentando il pluslavoro, in quanto la forza-lavoro è diventata più produttiva, aumenta il plusvalore prodotto (questa è la seconda forma storica, che non manifesta più una sussunzione formale del pluslavoro, ma sua sussunzione reale, ossia introduzione, grazie al macchinismo e alla grande industria, di un suo specifico sfruttamento intensivo nel sistema di fabbrica)[2]; va da sé che se poi il lavoro socialmente necessario  per produrre una merce diminuisce, ecco che il lavoro astratto implica o una dequalificazione del lavoro concreto, ossia una riduzione del valore della forza-lavoro, in termini di salario, dettata dal mercato del lavoro e dallo stato progressivo dei mezzi di produzione, cioè maggiore sfruttamento (Ausbeutung), oppure disoccupazione, cioè rientro nell’esercito industriale di riserva. E, di fronte alla riduzione di salario del lavoratore (alla legge bronzea secondo la quale il capitalista tende a pagare la giornata lavorativa al prezzo più basso possibile)[3], o alla sua disoccupazione, aumenta in modo proporzionale la produzione (per pochi) di ricchezza (e quella che Marx chiama legge generale dell’accumulazione capitalistica, ossia produzione polarizzata di ricchezza in pari tempo che di miseria).



[1]Cfr. Mascitelli 1977, sub voce ‘lavoro socialmente necessario’; Ceserani e De Federicis 1980, p. 18.; Godelier, trad.it. 1976, pp. 22, 41.
[2] Cfr. Godelier 1980a, pp. 435-448; Volpi 2000,p.725.
[3] Cfr. Châtelet 1975, trad. it. 1977, p. 101.

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