Un mondo, insomma, dove il denaro è visto come equivalente generale e dove il valore di scambio modifica in modo
totale la produzione. Infatti, come avviene nel modo di produzione
capitalistico, non appena esiste un mercato del lavoro, la forza-lavoro è
inglobata nel sistema di fabbrica e diventa merce,
cioè lavoro incorporato nella merce
prodotta dalla forza-lavoro e il valore
della merce prodotta è tanto nel lavoro socialmente necessario per la sua
produzione e riproduzione (lavoro salariato[1]),
quanto nel plusvalore[2],
sempre prodotto dalla forza-lavoro, ma a questa sottratto, in quanto non retribuito, da chi possiede i mezzi
di produzione. Marx, a questo proposito, parla di feticismo delle merci in quanto, nel modo di produzione
capitalistico, il rapporto tra lavoro e valore è occultato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione; per cui
all’interno del processo di circolazione il denaro e le merci perdono ogni
rapporto con il lavoro socialmente necessario (ciò che rende opaco il rapporto
fra capitale e lavoro, ossia la polarizzazione antagonista dei rapporti di
proprietà), tanto la funzione e utilità del denaro e delle merci sembra provenire da una loro qualità
intrinseca[3]. Come dire che il
plusvalore è dato dunque dal lavoro in più, incorporato, cristallizzato nella
merce, ma non retribuito; come dire, ancora, che se per riprodurre la
forza-lavoro bastano sei ore (tempo di
lavoro necessario) e la forza-lavoro lavora per dodici ore, quel pluslavoro (il pluslavoro non è proprio al
solo modo di produzione capitalistico, ma a tutti i modi di produzione.
Infatti, come scrive Marx[4]: “Il capitale non ha
inventato il pluslavoro. Ovunque una parte della società possegga il monopolio
dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o schiavo, deve aggiungere al
tempo di lavoro necessario al suo sostentamento tempo di lavoro eccedente per
produrre i mezzi di sostentamento per il possessore dei mezzi di produzione
[…].”). È poi la forma con cui è ottenuto il pluslavoro che caratterizza i
diversi mezzi di produzione[5], il tempo di lavoro supplementare oltre le sei ore di lavoro
remunerate, ma ora non più retribuite (lavoro estorto e non pagato), diventano plusvalore per il proprietario dei mezzi
di produzione, del sistema di fabbrica. Si ricorda che il proprietario dei
mezzi di produzione cerca poi di ridurre il lavoro necessario aumentando la
produttività del lavoro, questo o allungando la giornata di lavoro o
introducendo innovazioni tecnologiche, cioè nuove condizioni tecniche, nella
produzione. Lo scopo del tutto è poi nell’aumento del plusvalore (v. infra).Il
valore di una merce, pertanto, è dato dalla somma
del:
1. valore dei materiali e dei mezzi di produzione impiegati (qui chiamato capitale
costante, o lavoro morto; scrive
Marx[6]: “Il capitale è lavoro
morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più
vive quanto più ne succhia”);
2. valore della forza-lavoro utilizzata (che corrisponde alla riproduzione
biologica e sociale del lavoratore, ma in quanto determinato dal mercato del
lavoro e dallo stato, in termini di innovazione tecnologica, dei mezzi di
produzione, qui chiamato capitale variabile, o lavoro vivo);
3. plusvalore creato dal pluslavoro nel processo produttivo.
Ecco perché per Marx il concetto giuridico di proprietà privata[7] è importante; infatti, il
plusvalore prodotto si basa storicamente sulla proprietà privata, e sulle leggi
che la legittimano (per esempio la ferocia degli Enclosure Acts) e la perpetuano. Oltre a ciò è da
ricordare che il plusvalore non è
indirizzato al consumo, bensì all’allargamento del sistema di fabbrica,
della produzione, giacché la produzione non è produzione di merci a
mezzo di merci, ma produzione di capitale (capitale costante) a mezzo di capitale (plusvalore)
all’interno di un rapporto di produzione, come dire che il sistema di
fabbrica è stato finanziato, di fatto, con un risparmio sui salari, salari imposti alla forza-lavoro anche attraverso meccanismi legislativi (è solo
dopo il 1830-1840 che la legge incomincia a disciplinare il lavoro,
ossia a intervenire a tutela del lavoro dei bambini e delle donne e a
regolamentare la durata della giornata lavorativa).
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