LA DIVISIONE SOCIALE DEL LAVORO


Ora, una formazione economico-sociale, secondo una metafora geologica, è vista come composta di strati sovrapposti orientati, dall’alto in basso, in modo gerarchico e polarizzato; ogni strato è poi diverso dall’altro poiché ogni individuo che appartiene a uno strato ha un diverso accesso alle possibilità di vita materiali dato dal posto che occupa nella divisione del lavoro, con quello che ne consegue a livello di differenziazione sociale. Infatti, il destino sociale degli individui muta secondo il posto che questi occupano nella gerarchia degli strati (strati superiori, medi, medio-alti, medio-bassi, bassi). Il destino sociale degli individui (lo stile di vita), oltre che all’accesso alle possibilità di ripartizione dei beni prodotti offerte dalla cultura materiale, quindi valorizzati dal punto di vista della produzione e della riproduzione della vita immediata (l’espressione è di Engels), quali:

1.      l’habitat (lo spazio vissuto e la sua organizzazione funzionale);
2.      l’abitazione (differenziazione dello spazio urbano o meno occupato, arredamento etc., con ricadute sullo status socio-economico);
3.      l’alimentazione (le varie tipologie dei regimi calorici);
4.      l’abbigliamento (con le sue funzioni distintive, polarizzanti);
5.      i livelli di vita (le spese suntuarie che vanno al di là dei bisogni primari, ossia i livelli e i tipi di consumi; i livelli di sapere, potere, status socio-economico etc.);
6.      i dati biologici (speranza di vita),

possibile in un dato momento storico, investe anche quello che si può fare e dire, quello che si pensa e si sente, pertanto, muta secondo lo stato manifestato dalle forze produttive e dai rapporti di produzione, dunque dal modo di produzione. Come dire che settori investiti dalla storia della cultura materiale sono quelli che, prendendosi in carico la natura, l’uomo e i suoi prodotti, permettono la ricostruzione del vissuto, ossia la ricostruzione della struttura produttiva che alimenta la riproduzione, in senso utilitario, della vita quotidiana materiale dei vari strati sociali in un determinato periodo storico.  E si noterà che le differenze di appartenenza a uno strato sociale piuttosto che a un altro incidono pesantemente sull’alimentazione, sullo stato della mente, sulle condizioni di abitazione, di abbigliamento e di alimentazione etc. Come dire, ancora, che la cultura materiale è strettamente legata allo stato dell’economia preso in analisi[1].   
Si ritrova in queste constatazioni, per quanto pertiene all’indagine qui proposta, il perché la materia dell’espressione e la materia del contenuto siano segmentate e rese pertinenti in modo differenziato all’interno di una formazione economico-sociale, giacché l’accesso a determinate semiosi è imposto in modo coercitivo o meno, in base al posto occupato dall’individuo, o da una collettività, in una gerarchia sociale storicamente determinata[2]. Infatti, il destino sociale può, per esempio, essere predeterminato in un certo modo nelle formazioni economico-sociali semplici e immutabili (di lunga durata) che impongono una polarizzazione fra gli strati sociali e non prevedono la mobilità sociale (ossia il passaggio da uno strato all’altro; v., per esempio, la tripartizione in ordini della società feudale[3]). O presentarsi altrimenti, per esempio come possibilità di cambiamento del proprio status socio-economico nelle formazioni economico-sociali complesse che prevedono la polarizzazione fra gli strati sociali e la mobilità sociale (nelle società capitalistiche), là dove è possibile il salto da uno strato all’altro (in positivo, con l’arricchimento: dal basso all’alto; in negativo, con la pauperizzazione: dall’alto in basso) quando, grazie alla mobilità sociale presente nella formazione economico-sociale, un individuo modifica il suo stile di vita. Le disuguaglianze fra gli individui, ancora, possono essere, oltre che economiche, giuridiche, come è nel citato caso dei tre ordini della società feudale, questo nel senso che, indipendentemente dalle ricchezze possedute, conta il privilegio legale proprio alla nascita (ereditarietà), allo stato in cui si è inseriti. Per cui, come capita nella società di Ancien Règime, con la sua presenza di tre stati, un individuo in possesso di capitali può appartenere al Terzo Stato e un individuo privo di capitali appartenere al Secondo Stato (la nobiltà), ma, anche se è privo di capitali, è giuridicamente, quindi socialmente, superiore a chi, questi capitali, li possiede) oppure solo economiche (v. le società capitalistiche). Si ricorda che quando nelle disuguaglianze prevale il criterio giuridico (il privilegio legale legato alla nascita) si parla di struttura di ordine (il termine è tedesco) o stato (il termine è francese) in senso unidirezionale (dall’alto in basso); quando prevale il criterio economico si parla di struttura di classe, in senso multidirezionale (dall’alto in basso e viceversa). Pertanto molti invitano a non utilizzare il termine classe nell’analisi delle società precapitalistiche poiché improprio[4].
Il destino degli individui, il loro orizzonte d’attesa biologico, è dunque legato alla divisione sociale del lavoro, locuzione con la quale s’indica il fenomeno di differenziazione delle attività degli individui nella loro riproduzione sociale delle condizioni di produzione, ossia nella loro riproduzione (o perpetuazione) delle basi materiali della società, il che vuol dire che qualsiasi processo di produzione storicamente determinato riproduce la forma sociale (la stratificazione sociale e gli elementi sovrastrutturali) e la forma economica (la polarizzazione antagonista fra forza-lavoro e proprietari dei mezzi di produzione) esistente. Tutti gli individui, indipendentemente dalla loro posizione nella gerarchia sociale, partecipano di questo processo di riproduzione sociale delle basi materiali della società, ma la differenziazione delle attività di riproduzione è dettata dal posto occupato dall’individuo nella stratificazione sociale, ossia dalla collocazione che il destino sociale gli ha imposto. Quest’attività di riproduzione sociale delle basi materiali della società può essere analizzata ricorrendo a una tipologia binaria della nozione di lavoro[5], specificamente si parlerà di:

1.      lavoro manuale quando la forza-lavoro utilizzata è di tipo manuale (ciò che rimanda ad uno strato sociale gerarchicamente inferiore);
2.      lavoro intellettuale quando la forza-lavoro utilizzata è di tipo intellettuale (ciò che rimanda ad uno strato sociale gerarchicamente superiore).

Si ricorda poi che la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è trasversale a tutte le formazioni socio-economiche che si basano sulle disuguaglianze sociali[6]. Il ruolo del lavoro manuale sarà quello di permettere la riproduzione materiale della società, delle condizioni di produzione, quello del lavoro intellettuale di strutturare, imporre e perpetuare (se possibile) la riproduzione sociale delle condizioni di produzione, della riproduzione materiale della società (ossia la perpetuazione dei rapporti di produzione). Si ripete: il destino sociale degli individui, esercitare un lavoro produttivo o improduttivo, essere forza-lavoro manuale o forza-lavoro intellettuale, dipende soltanto dalla loro collocazione nella stratificazione sociale e dal tipo di formazione socio-economica in gioco; infatti, si sarà per sempre forza-lavoro manuale in una società immobile e semplice; sarà possibile invece il salto di classe (da forza lavoro-manuale a intellettuale e viceversa) in una società mobile e complessa. I termini lavoro produttivo e lavoro improduttivo sono qui usati però in senso pre-marxiano, giacché per Marx uno stesso lavoro può essere produttivo o improduttivo ed è produttivo solo se produce un plusvalore. Scrive Marx[7]: “La stessa specie di lavoro può essere produttiva o improduttiva. Milton, per esempio, che ha scritto il Paradiso Perduto, era un lavoratore improduttivo. Invece lo scrittore, che fornisce lavoro al suo editore, è un lavoratore produttivo. […] Egli [Milton] vendette poi il prodotto per 5 lst. [lire sterline]. Ma il letterato proletario di Lipsia, che sotto la direzione del suo editore produce libri (per esempio compendi di economia), è un lavoratore produttivo, poiché la sua produzione è a priori sottoposta al capitale, e ha luogo solo per farlo fruttare [= come dire che è il lavoro non pagato che produce plusvalore]. Una cantante che vende il suo canto di propria iniziativa, è una lavoratrice improduttiva. Ma la stessa cantante, ingaggiata da un imprenditore che la faccia cantare per far denaro, è una lavoratrice produttiva, poiché produce capitale [= produce plusvalore].”.[8] Si sottolinea che, per quanto riguarda all’oggetto di questa indagine, il tipo di lavoro preso in carico sarà quello intellettuale, materialmente improduttivo.
Semplificando, si potrà poi dire che i rapporti di produzione determinano il destino sociale degli individui nella divisione sociale del lavoro; infatti, i rapporti di subordinazione rimandano ad un lavoro di tipo manuale e produttivo, quelli di proprietà ad un lavoro di tipo intellettuale e improduttivo. Ciò che sta poi alla base di questa divisione sociale del lavoro è da ritrovarsi nel concetto giuridico di proprietà che, con forme storiche dipendenti dallo stato delle forze produttive, sta alla base della proprietà privata, dunque della divisione sociale del lavoro e della stratificazione sociale (che è come dire che una forma astratta di possesso della natura o dei prodotti sociali determina le forme concrete di esistenza della natura e dei rapporti sociali, cioè che dalle giuridiche regole astratte, storiche seppure arbitrarie, dipendono le disuguaglianze e le modalità di appropriazione e di esistenza di una formazione economico-sociale). È poi necessario ricordare che è il lavoro produttivo che produce un surplus che permette il processo di riproduzione biologica e materiale della società (le forme di auto-sussistenza e riproduzione biologica per sé e per gli altri, ossia le condizioni di produzione) e le forme di comando (il potere, il sapere) che cercano di mantenerle, queste condizioni di produzione, immutate attraverso il lavoro improduttivo. Detto altrimenti: il lavoro improduttivo è parassitario e presenta funzioni di controllo nei confronti del lavoro produttivo, e gli strumenti che elabora, il sapere e il potere, sono poi quelli che permettono la tendenziale auto-perpetuazione degli strati sociali superiori a svantaggio di quelli inferiori[9].
Possiamo pertanto affermare che la distribuzione degli individui, tutti biologicamente
uguali, in strati sociali diversi e con compiti diversi, è un prodotto storicamente determinato.



[1] V. Pesez, trad. it. 1980, pp. 167-205.
[2] Su questa questioni semiotiche, v, infra.
[3] Cfr. Adalberone (947 ca.-1030 ca.), vescovo di Laon, che nel suo scritto Carmen ad Rotbertum regem Francorum (Poema a Roberto, re dei Franchi, ca. 1025-1027), dialogo in esametri in cui è abbozzata una teoria dei rapporti fra Chiesa e Stato dove interpreta la società secondo uno schema tripartito dove gli ordini sono i seguenti: oratores, bellatores laboratores. Ogni ordine, a sua volta, presenta una stratigrafia gerarchica al proprio interno. V. Le Goff 1964, trad.it 1981, pp. 277-283; Duby 1974, trad. it. 1981, pp. 131-137; Vilar, trad. it. 1985, pp. 123-126; Schmitt 2004, pp. 199-200. V. infra.
[4] V. Szacki 1978, p.147; Carandini A. 1979, pp. 48-49; Ceserani e De Federicis 1980, pp. 9-13; Vilar 1980, trad. it. 1985, pp. 121-158. Sull’instabilità semantica del concetto di classe in Marx, v. Ossowski, trad. it. 1966, pp. 78-99 (ma v. anche Szacki 1978, pp. 153-155).
[5] Cfr. Mascitelli 1977, sub voce ‘lavoro’.
[6] V. Ceserani e De Federicis 1980, pp. 14-17.
[7] Marx, trad. it 1954.
[8] Cfr. Marx, trad. it 1954, pp. 379-399. V. La Grassa 1973, pp. 120-127; Carandini G. 1973, p. 105.
[9] Su questa questione, v. infra.

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